Maria PregaOgniGiorno.it
📰

News

Le ultime novità da Vatican.va — discorsi, messaggi, udienze e omelie del Santo Padre.

Udienza Generale del 28 Ott 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 7. Il rapporto tra la fede la cultura (GS, 53-62)
Visita il link

I Documenti del Concilio Vaticano II.

IV.

Costituzione Gaudium et spes.

7. Il rapporto tra la fede la cultura (GS, 53-62)

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!   

Il Concilio Vaticano II non poteva omettere di parlare della cultura e dei suoi rapporti con la fede cristiana.

Lo fa nel secondo capitolo della seconda parte della Costituzione Gaudium et spes (GS).

La Chiesa cattolica si è sempre preoccupata di accompagnare la predicazione del Vangelo con l’istituzione di scuole di ogni tipo, finalizzate ad accrescere la formazione umana, culturale e spirituale di uomini e donne dei cinque continenti.

Le università medievali sono nate, come sappiamo, dal cuore della Chiesa, contribuendo in modo determinante allo sviluppo della civiltà occidentale.

Al tempo stesso, il progresso della cultura e delle conoscenze pone interrogativi sempre nuovi e più profondi, stimolando i credenti a dare ragione della loro fede (cfr 1Pt 3,15-17).

Infine, in quanto espressioni della dimensione spirituale dell’essere umano, le diverse manifestazioni della cultura contribuiscono ad aprire le menti alle perenni domande sul senso del mondo e dell’esistenza umana, preparando così ad accogliere il Vangelo di Gesù Cristo.

Il rapporto tra fede e cultura trova il suo fondamento principale nell’Incarnazione: se la Parola divina è diventata carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14), allora la fede è anch’essa una realtà incarnata, intrecciata con la cultura in cui è immersa.

Essa è anche chiamata a diventare cultura, cioè a raggiungere la persona nel suo ambiente di vita, fatto di parole umane, di tradizioni, di senso religioso, di arte e di poesia, di pensiero e di scienza.

Come amava ripetere San Giovanni Paolo II, «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

[1]

La fede può incarnarsi in ogni cultura, perché non si identifica con nessuna di esse in modo specifico.

Essa le abita plasmandole dall’interno secondo la “forma” di Gesù Cristo, cioè con la carità, il servizio, il riconoscimento filiale della paternità di Dio. Così, la Chiesa coglie nelle diverse culture ciò che vi è di buono, di bello e di vero, per incarnare e trasmettere il messaggio del Vangelo.

Al tempo stesso, essendo «inviata a tutti i popoli di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo, non è legata in modo esclusivo e indissolubile a nessuna razza o nazione, a nessun particolare modo di vivere, a nessuna consuetudine antica o recente.

Fedele alla propria tradizione e nello stesso tempo cosciente dell’universalità della sua missione, può entrare in comunione con le diverse forme di cultura; tale comunione arricchisce tanto la Chiesa stessa quanto le varie culture» (GS, 58).

La Chiesa promuove la cultura perché essa è un bene in sé, è un servizio all’essere umano e al compimento della sua vocazione sulla terra.

Per questa ragione, Gaudium et spes esorta la Comunità internazionale affinché tutti possano avere accesso ai beni culturali fondamentali, superando l’analfabetismo e la mancanza di istruzione.

Tutti coloro che sono capaci di accedere agli studi superiori – afferma il Concilio con coraggio – devono essere posti in condizione di poterlo fare realmente.

Inoltre, è «dovere di tutti far sì che la partecipazione propria e necessaria delle donne nella vita culturale sia riconosciuta e promossa» (GS, 60).

Inoltre, Gaudium et spes sostiene la necessità di orientare l’insegnamento verso una certa unità del sapere, nonostante le mutate condizioni di vita possano renderlo più difficile (cfr GS, 61).

I cristiani sono i primi a doversi adoperare per attuare tale unità sapienziale, prima di tutto in loro stessi.

Pur avendo ricevuto dalla Rivelazione le risposte alle grandi domande dell’esistenza, essi non sono per questo dispensati da una paziente formazione intellettuale e culturale; anzi, le loro conoscenze umane e scientifiche devono procedere di pari passo con i contenuti della loro fede, che andranno continuamente approfonditi con l’età e secondo il livello degli studi.

Un particolare appello il Concilio lo rivolge ai teologi: «Coloro che si applicano alle scienze teologiche […] si studino di collaborare con gli uomini che eccellono nelle altre scienze, mettendo in comune le loro forze e opinioni.

La ricerca teologica, mentre persegue la conoscenza profonda della verità rivelata, non trascuri il contatto con il proprio tempo, per poter aiutare gli uomini competenti nelle varie branche del sapere ad acquistare una più piena conoscenza della fede» (GS, 62).

Fratelli e sorelle, la Costituzione Gaudium et spes ci raccomanda di non vivere la fede in uno spirito di contrapposizione o di ostilità nei confronti del mondo, della cultura e delle sue espressioni umane, ma, anzi, ci esorta così: «I fedeli dunque vivano in strettissima unione con gli uomini del loro tempo, e si sforzino di penetrare perfettamente il loro modo di pensare e di sentire, quali si esprimono mediante la cultura» (GS, 62).Giungere a una sintesi matura e responsabile fra fede e cultura è infatti una condizione necessaria per la perseveranza nella vocazione cristiana, ma anche un requisito indispensabile per testimoniare la fede al mondo e comunicarla agli altri in modo credibile.

_________________________ 

[1] S.

Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Convegno del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC), 16 gennaio 1982.

____________________________

Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française venus de Belgique, du Canada et de France.

J’invite chacun de vous à enrichir sa formation humaine, spirituelle et culturelle afin de contribuer à incarner et à transmettre le message de l’Évangile dans son milieu de vie.

Je vous bénis de tout cœur !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, provenienti dal Belgio, dal Canada e dalla Francia.

Invito ciascuno di voi ad arricchire la propria formazione umana, spirituale e culturale, al fine di contribuire a incarnare e a trasmettere il messaggio del Vangelo nel proprio contesto di vita.

Vi benedico di cuore!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Ireland, Denmark, Sweden, Ghana, Japan, Jordan, Laos, Pakistan, the Philippines, Canada and the United States of America.

In particular, I greet the members of the Youth Group from the Diocese of Samoa-Pago Pago on their pilgrimage to Rome and Assisi.

Upon each of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.

God bless you all!

Herzlich grüße ich die Pilger deutscher Sprache, insbesondere die Gruppe des Großpriorats von Österreich des Souveränen Malteser-Ritter-Ordens.

Im nunmehr bevorstehenden Monat November gedenkt die Kirche in besonderer Weise der Verstorbenen.

Erweisen wir ihnen das geistliche Werk der Barmherzigkeit für sie zu beten, auf dass sie geläutert zur ewigen Gemeinschaft mit Gott und seinen Heiligen gelangen.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua tedesca, in particolare il gruppo del Gran Priorato d’Austria del Sovrano Militare Ordine di Malta.Nel mese di novembre, ormai imminente, la Chiesa intercede in modo speciale per i defunti.

Compiamo l’opera di misericordia spirituale di pregare per loro perché purificati giungano all’eterna comunione con Dio e i suoi Santi.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

Partiendo de los valores del Evangelio, los animo a ser promotores de la cultura en los distintos ámbitos de la vida y de la sociedad.  Que Dios los bendiga.

Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹,愿至圣童贞圣母玛利亚,在你们信德与爱德的道路上,继续陪伴你们。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.

Cari fratelli e sorelle, la Vergine Santissima continui ad accompagnarvi nel vostro cammino di fede e di carità.

Vi benedico di cuore.]

Dou as minhas cordiais boas-vindas a todos os peregrinos de língua portuguesa, em especial aos que vieram do Brasil! Queridos irmãos e irmãs, peçamos ao Espírito Santo que nos guie na missão de anunciar o Evangelho também no mundo da cultura, colocando os nossos dons ao serviço da fé e da dignidade da pessoa humana.

O Senhor vos abençoe!

[Do il mio cordiale benvenuto a tutti i pellegrini di lingua portoghese, in particolare a quelli venuti dal Brasile! Cari fratelli e sorelle, chiediamo allo Spirito Santo di guidarci nella missione di annunciare il Vangelo anche nel mondo della cultura, mettendo i nostri doni al servizio della fede e della dignità della persona umana.

Il Signore vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة، وخاصَّةً القادِمِينَ مِن الأُردُن، مِن رَعِيَّةِ قَلبِ مَريَمَ الطَّاهِرِ في الفُحِيص.

نَحنُ مَدعُوُّونَ إلى أنْ نَثبُتَ في الإِيمان، لِنَكُونَ شُهُودًا حَقِيقِيِّينَ لِلمَسِيحِ في العالَم.

باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dalla Giordania, dalla Parrocchia del Cuore Immacolato di Maria di Fuheis.

Siamo chiamati a perseverare nella fede, per essere autentici testimoni di Cristo nel mondo.

Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków.

Obchodzicie Rok bł.

Elżbiety Róży Czackiej, która mężnie przyjęła niepełnosprawność i stała się „niewidomą matką niewidomych”, tworząc liczne dzieła.

Niech założone przez nią zgromadzenie zakonne, wynagradzające Bogu za duchową ślepotę świata, umacnia nasze świadectwo, aby wielu ludzi ujrzało Boże zbawienie.

Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!

[Saluto cordialmente i polacchi.

Celebrate l’Anno della Beata Elisabetta Rosa Czacka, che accolse con coraggio la disabilità e, fondando numerose opere, divenne «la madre cieca dei ciechi».

La Congregazione da lei fondata, dedita alla riparazione per la cecità spirituale del mondo, favorisca la nostra testimonianza affinché molte persone vedano la salvezza di Dio.

Sia lodato Gesù Cristo!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai sacerdoti della Diocesi di Teramo-Atri, ai fedeli di San Martino in Pensilis, Giugliano in Campania, Forio, Teramo e Villamare.

Saluto, altresì, il gruppo «CISL Abruzzo e Molise», i militari del Comando IV Divisione Navale e la Scuola Sacra Famiglia di Martinengo.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.

A pochi giorni dalla solennità di tutti i Santi, vi invito a guardare a questa immensa schiera di uomini e donne che si presentano a noi come segno profetico della vita futura, la quale ha già il suo inizio nell’impegno e nella testimonianza cristiana della vita terrena.

A tutti la mia Benedizione.

Ai Dirigenti della Mercedes Benz (28 Ott 2026)
Visita il link

Cari Dirigenti di Mercedes-Benz
e cari amici,

porgo a tutti voi un cordiale benvenuto in Vaticano in occasione della mostra “Un secolo di papamobile”, che commemora quasi cento anni di collaborazione tra la vostra compagnia e la Santa Sede.

Questa lunga relazione è iniziata nel 1930, quando Papa Pio XI ricevette la prima automobile Mercedes-Benz, ed è proseguita durante i successivi pontificati.

Sono pertanto lieto di esprimere la mia gratitudine a voi e alle molte generazioni di designer, ingegneri e operai la cui dedizione e competenza hanno reso possibile questa lunga partnership.

La mostra offre un’opportunità per riflettere sui notevoli progressi nella tecnologia automobilistica, come anche sulla importanza più profonda dei viaggi compiuti dai Successori di Pietro.

Nel corso dei decenni, la papamobile è passata dall’essere un mezzo di trasporto a diventare uno strumento d’inconto, permettendo al Pontefice di avvicinarsi ai fedeli durante le visite pastorali e le celebrazioni pubbliche.

In questo modo, il vostro lavoro ha facilitato la missione della Chiesa di andare incontro alle persone e portare un messaggio di fede, di speranza e di carità al mondo.

Questa stessa sollecitudine pastorale è rispecchiata anche dalla prima papamobile pienamente elettrica, consegnata al mio predecessore, Papa Francesco in vista del Giubileo della Speranza dello scorso anno.

Ricordo il suo incoraggiamento al settore automobilistico a lavorare per rendere «la mobilità davvero sostenibile e accessibile» (Francesco, Discorso alla Delegazione dell’Automobile Club d’Italia, 23 gennaio 2025).

In questo spirito, vi incoraggio a continuare a porre l’innovazione tecnologica al servizio della dignità umana, della cura del creato e del bene comune.

Con queste riflessioni, vi ringrazio nuovamente per la vostra generosità e per il servizio che avete reso alla Santa Sede per così tanti decenni.

Su di voi, sui vostri cari, invoco volentieri le benedizioni di Dio della sapienza e della forza.

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.

246, mercoledì 28 ottobre 2026, p.

4.

Videomessaggio del Santo Padre ai partecipanti all’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante” (Assisi, 27 Ott 2026)
Visita il link

Cari fratelli e sorelle!

Vi trovate ad Assisi quarant’anni dopo la Giornata di Preghiera per la Pace del 27 ottobre 1986.

Quell’evento fu voluto da San Giovanni Paolo II, che sottolineò in tale circostanza il legame intrinseco che unisce un autentico atteggiamento religioso con la viva sensibilità per la pace.

Rivolgo il mio saluto più cordiale ai Patriarchi e ai Leader religiosi, molti dei quali, nel corso degli anni, hanno partecipato attivamente alle diverse giornate di preghiera e di dialogo che si sono succedute.

Saluto con affetto Mons.

Felice Accrocca, Pastore della Chiesa assisana, le Famiglie Francescane e quanti sono convenuti.

Avrei desiderato essere con voi, presso la tomba di San Francesco, in questo importante anniversario, per vedere i vostri volti e dare insieme una bella testimonianza che vivere da fratelli e sorelle è già possibile!

Ringrazio il Dicastero per il Dialogo Interreligioso e la Comunità di Sant’Egidio, per avere seguito con impegno questa strada tracciata dai miei Predecessori.

Mi consola il lungo e fedele cammino compiuto in questi anni, che ha dato molti frutti.

Ha detto Papa Francesco riguardo a quella indimenticabile Giornata dell’ottobre 1986: «Non poteva e non doveva restare un evento isolato.

Voi avete continuato tale cammino e ne avete accresciuto lo slancio».

[1]

In effetti, San Giovanni Paolo II, dopo quel primo storico incontro, invitò a “continuare a vivere lo spirito di Assisi”.

[2] Era, allora, il tempo della “guerra fredda”, uno scenario molto diverso da quello odierno.

Dopo il 1989, non pochi sostennero che la globalizzazione avrebbe assicurato al mondo una pace stabile.

Purtroppo, come ho scritto nella Magnifica humanitas, «si è affidata quasi ciecamente ai mercati la capacità di produrre benessere, democrazia e stabilità, mentre in realtà la globalizzazione non ha generato automaticamente unità e pace, ma ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche» (Lett.

enc.

Magnifica humanitas, 201).

In questo quadro, «è avvenuta una preoccupante riabilitazione della guerra, come strumento di politica internazionale» (ibid., 190).

Tradendo così la memoria del Novecento e l’inutile strage di milioni di vite umane, di nuovo – come si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica – «l’accumulo delle armi sembra a molti un modo paradossale di dissuadere dalla guerra eventuali avversari.

Costoro vedono in esso il più efficace dei mezzi atti ad assicurare la pace tra le nazioni» (N.

2315).

Proprio in questi tempi di cultura della potenza, c’è bisogno di far crescere lo spirito di Assisi, che è rifiuto della legittimazione religiosa della guerra, spirito di mediazione e dialogo, esperienza contemplativa e azione creativa per un futuro di pace.

Sì, perché la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli, la stella che guida ogni nostra scelta, il criterio che smaschera l’ingiustizia, l’orizzonte comune di tutte le genti.

Dobbiamo ricostruire ovunque la pace, non preparare altre guerre! La guerra non può mai essere fatta in nome di Dio! Per noi credenti, «combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa» (Magnifica humanitas, 223).

Non c’è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!

Per questo la strada iniziata ad Assisi nella comune ricerca della pace è, prima di tutto, la via della preghiera.

La preghiera può sembrare debole di fronte alle potenze del mondo, ma è la forza umile dei credenti.

Ci rivolgiamo a Dio che dona la pace: tocchi il cuore di chi vuole la guerra e il terrorismo.

E non dimentichiamolo: non si prega mai invano!

La preghiera è scuola di dialogo con Dio, con le persone e con tutte le creature.

Pensiamo a San Francesco, di cui abbiamo celebrato l’ottavo centenario della morte.

Il mondo ha bisogno di dialogo.

Il cammino di Assisi impegna i leader religiosi a far crescere il clima di dialogo tra i fedeli e nella società, perché al linguaggio dell’arroganza si sostituisca quello della pace, del negoziato, della comprensione.

Questo potrà «allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza» (ibid., 221).

Fratelli e sorelle, le nostre preghiere ottengano da Dio la desiderata pace per tutti i Paesi del mondo! Egli faccia di noi strumenti disarmati della sua pace.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio!» (Mt 5,9).

_____________________________________________

[1] Francesco, Discorso ai partecipanti all’Incontro Internazionale per la Pace, 30 settembre 2013.

[2] Cfr S.

Giovanni Paolo II, Discorso a un gruppo di rappresentanti delle religioni non cristiane, 29 ottobre 1986.

Partecipanti al Capitolo Generale delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret (26 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi.
 

Care sorelle, benvenute!

Vi accolgo con grande gioia, in questo momento importante per la vostra Congregazione.

Saluto la Superiora Generale eletta, mi congratulo con lei e la raccomando al Signore, assieme alle sorelle incaricate di consigliarla e coadiuvarla nel suo servizio.

Il Capitolo Generale di una famiglia religiosa è sempre un contesto privilegiato di azione dello Spirito Santo per il bene del Popolo di Dio.

Nei giorni di grazia che avete vissuto, in atteggiamento di docilità alle sue ispirazioni, avete esercitato il discernimento comunitario, che è già di per sé un’esperienza edificante.

I frutti del vostro ascolto – di Dio e tra di voi – sono il dono più bello che oggi mi portate: come un cesto di primizie, che assieme vogliamo offrire al Signore.

Santa Giovanna Antida Thouret aveva capito molto bene l’importanza di questo “donare insieme” nella Chiesa, manifestando, lungo tutta la sua vita, grande amore e rispetto per il Successore di Pietro, anche a costo di affrontare dolorose incomprensioni e rinunce per il bene e l’unità delle persone a lei affidate.

Care sorelle, è molto bello il tema che avete scelto per i vostri lavori: “In Cristo le radici, nel mondo la missione”.

Esso descrive in modo appropriato la sostanza della vostra consacrazione e del vostro apostolato.

Avere le radici in Cristo vuol dire, infatti, sull’esempio di Santa Giovanna Antida, mettere Lui solo al centro della propria esistenza e dei propri pensieri, abituandosi a sentire e celebrare la sua presenza in ogni istante, fiduciosi che, stretti a Lui, saremo sempre più vicini anche tra noi e più capaci di aiutare gli altri secondo i suoi disegni.

In proposito, vorrei sottolineare un altro aspetto importante dell’eredità carismatica che la vostra santa Fondatrice vi ha lasciato: avere attenzione al bene integrale, spirituale e temporale, del prossimo.

Lo richiamo perché, in una società come la nostra, che tende a frammentare l’uomo, dividendo le persone non solo tra loro, ma anche e più gravemente dentro sé stesse, questa dimensione della carità è fondamentale per il recupero, la promozione e l’autentico rispetto della dignità di ognuno, specialmente dei più poveri e bisognosi (cfr Francesco, Esort.

ap.

Evangelii gaudium, 186).

Fatene tesoro, coltivatela e diffondetela.

Carissime, in quest’anno bicentenario della nascita al Cielo della Santa Madre Thouret, è consolante constatare quanto il Signore, nel tempo, abbia benedetto e accompagnato il vostro cammino.

Lo testimoniano la ricchezza e la varietà della vostra espansione apostolica, oggi in trentadue paesi, nei quali tenete vivo il “carisma della Carità” grazie all’opera di suore, laici, giovani, volontari e collaboratori, di ogni età e provenienza.

Continuate con generosità il vostro lavoro: è prezioso agli occhi di Dio e della Chiesa.

Grazie per quello che fate! Affidandovi all’intercessione della Vergine Maria e di Santa Giovanna Antida, vi benedico di cuore.

Grazie.

Angelus, 25 Ott 2026
Visita il link

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Nel Vangelo di oggi (cfr Mt 22,34-40) il Signore ci conduce ancora una volta al cuore della nostra fede.

Un dottore della Legge, per mettere alla prova Gesù, gli domanda: «Nella Legge, qual è il grande comandamento?» (v.

36).

Il Maestro risponde citando un passo del Deuteronomio: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (v.

37; cfr Dt 6,5).

Cristo pone come fulcro del rapporto con Dio la dimensione dell’amore.

Non basta, infatti, sapere che Dio esista, che sia l’unico, o che sia l’Onnipotente; il Signore cerca da noi una relazione personale: l’unico vero Dio vuole diventare il nostro Dio.

Nell’incontro con Lui, il comandamento dell’amore non è un obbligo, né una imposizione.

Non si può, infatti, amare “a comando”.

L’amore per Dio è l’esigenza propria del desiderio dell’uomo, che trova il suo compimento nella comunione con Lui.

Per questo, il nostro amore può essere autentico quando è risposta al suo amore che sempre ci precede.

Da qui il bisogno di una totalità che coinvolga l’intera persona: cuore, anima, mente. 

Al primo comandamento, il Signore ne unisce un secondo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mt 22,39).

Questa regola di vita sgorga da una stessa fonte: perciò, dice Gesù, è simile alla prima.

Dall’intima relazione con Dio diventiamo capaci di guardare noi e il prossimo con lo stesso sguardo di Cristo, secondo la sua prospettiva.

In questo modo, l’egoismo è vinto e anche l’amore per sé stessi si fa carità: la nostra esistenza si volge verso l’altro e diventa dono per chi ci sta accanto.

Santa Teresa di Gesù Bambino lo ha compreso bene: “Solo l’amore – scriveva – spinge all’azione le membra della Chiesa; spento questo amore, essa non annuncerebbe più il Vangelo” (cfr Opere complete, Manoscritto B, 3v°, Roma 1997, 223).

Senza di esso, infatti, la nostra fede verrebbe privata del suo contenuto, le nostre buone opere si ridurrebbero a moralismo, la nostra speranza sarebbe vana.

Carissimi, non possiamo amare veramente Dio senza che questo amore straripi nell’amore verso i fratelli e le sorelle.

E non possiamo amare davvero il nostro prossimo se non come figli di uno stesso Padre che ci ha amati per primo nel suo Figlio Gesù.

Chiediamo al Signore la grazia di un cuore nuovo, capace di accogliere e di vivere il grande comandamento.

Interceda per noi la Vergine Maria, nel cui cuore immacolato non c’è altro che amore.

____________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

seguo con preoccupazione la grave situazione umanitaria nello Yemen, in particolare nella città di Taiz, dove la popolazione soffre per la mancanza di cibo, acqua e cure mediche.

Rivolgo un accorato appello affinché cessino le ostilità e venga garantito al popolo yemenita e a tutti i popoli della regione di vivere nella pace.

Assicuro la mia preghiera per quanti sono rimasti uccisi e feriti venerdì scorso, nell’attentato terroristico contro i fedeli della chiesa ortodossa di St.

George ad Hamoud, in Giordania.

Sono vicino a quella comunità e all’intero Paese, che si distingue per la pacifica convivenza e il rispetto tra le diverse religioni.

Continuiamo insieme a pregare per la pace.

Dopodomani, 27 ottobre, uniamoci spiritualmente ai Capi di Chiese e ai Leader religiosi che si raduneranno ad Assisi nel 40° anniversario dell’Incontro convocato da San Giovanni Paolo II.

Mai come oggi è evidente che le guerre, oltre a seminare morte e distruzione, impoveriscono e danneggiano il mondo.

Che il Signore ispiri scelte di dialogo e di pace!

Saluto tutti voi, cari fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi!

Do il benvenuto ai membri del Centro Académico Romano Fundación, dalla Spagna; al gruppo del St.

Ciaran’s College di Ballygawley, in Irlanda, e a quello delle Scuole “S.

Giovanni Paolo II” della Diocesi di Opole, in Polonia.

Sono lieto di accogliere i dirigenti del Cerimoniale di alcuni Ministeri e Uffici Governativi italiani.

Saluto i membri dell’Associazione “Solidarietà in Buone Mani”, di Castiglion Fiorentino, e il gruppo di coetanei di Concorezzo venuti in pellegrinaggio per i loro 70 anni.

Auguro a tutti una buona domenica.

Partecipanti all'Incontro promosso da "Jesus Youth International Conference 2026" (24 Ott 2026)
Visita il link

Saluto con gioia tutti voi, delegati dei gruppi della “Jesus Youth” presenti in molte parti del mondo, e saluto anche i vescovi, i sacerdoti e i consacrati e le consacrate vi accompagnano.

Questo è un incontro speciale, perché è la prima volta che il movimento della “Jesus Youth”, con tutti i suoi leader e delegati, incontra il Successore di Pietro.

In questi giorni vi siete riuniti per riflettere e discernere come proseguire al meglio il vostro cammino, a quarant’anni dalla nascita del vostro movimento.

So che avete svolto una lunga consultazione in stile sinodale nel corso degli ultimi tre anni.

Ora volete che i frutti di questa riflessione si trasformino in un nuovo slancio, un’accoglienza più generosa dei doni che lo Spirito Santo vi ha concesso.

Il vostro movimento è stato fondato nello Stato del Kerala, in India, come parte del Rinnovamento Carismatico, attraverso l’iniziativa spontanea degli stessi giovani, ispirati da un incontro personale con il Signore Gesù.

Di fatto, il punto di partenza di ogni rinnovamento autentico nella Chiesa è la propria scoperta dell’amore di Gesù.

Membri di diversi gruppi di preghiera hanno quindi sentito l’esigenza di riunirsi al fine di incanalare il loro entusiasmo e le loro iniziative in qualcosa che potesse sostenere e guidare il nuovo impulso spirituale e missionario che avevano sperimentato.

Da dieci anni, ormai, miei cari amici, siete riconosciuti dalla Santa Sede come associazione internazionale di fedeli.

Pertanto, per voi è iniziato un tempo di maturità ecclesiale, un tempo in cui siete chiamati ad accettare nuove sfide e a dare nuovi frutti.

Non perdete il vostro zelo apostolico, ma piuttosto alimentatelo e portatelo in nuovi Paesi.

Ancora una volta, tutto ciò è possibile solo mantenendo il vostro sguardo rivolto a Gesù Cristo.

Molti giovani del vostro movimento hanno fatto proprio questo, e così sono diventati testimoni gioiosi e coraggiosi della fede.

Alcuni lo hanno fatto in un modo particolarmente bello e commovente, come Ajna George, che nella grande prova della sua malattia è stata sostenuta dal suo amore per Gesù presente nell’Eucaristia.

Sebbene molti di voi vivano in aree in cui i cristiani sono una minoranza, non abbiate paura di dare testimonianza della vostra amicizia con Gesù.

I cuori dei giovani anelano a scoprire l’amore di Cristo.

In modo particolare, vi incoraggio a lavorare con le famiglie per sostenere la vocazione alla vita coniugale.

I giovani devono sapere che le loro vite sono grandi e belle perché fanno parte del disegno più grande di Dio.

Oltre al sacerdozio e alla vita consacrata, è bene promuovere il matrimonio come una chiamata di Dio, una vocazione alla santità da accogliere con gioia, nella certezza che Gesù sostiene con la sua grazia tutti coloro che chiama.

È proprio ciò che avete sperimentato nella “Jesus Youth” in questi anni: giovani cristiani si sposano, diventano genitori e scoprono la loro vocazione a essere famiglie missionarie, lavorando insieme a ministri ordinati per annunciare il Vangelo.

Cari fratelli e sorelle, vi esorto a continuare nel vostro cammino, vivendo fedelmente la vita di preghiera e di servizio ai poveri che contraddistingue la “Jesus Youth”.

Cercate di preservare la vostra unità, specialmente in mezzo alla grande diversità di sfondi sociali, culture e lingue che caratterizzano il vostro movimento.

A tale riguardo, chiedo anche ai sacerdoti e ai vescovi di adottare una prospettiva paterna e lungimirante, superando qualsiasi difficoltà che possa sorgere dalle differenze rituali, così da cercare soprattutto il bene spirituale più alto dei giovani.

Auspico che il movimento della “Jesus Youth” sia sempre caratterizzato dalla sua freschezza giovanile e dal suo entusiasmo per la fede, e che in tal modo possa permettere a molti altri di incontrare il Signore e di crescere nella vita spirituale.

Affidando il vostro impegno all’intercessione della Vergine Maria e a san Francesco di Assisi, imparto di cuore a tutti voi la mia Benedizione Apostolica.

Grazie.

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.

243, sabato 24 ottobre 2026, p.

2.

Partecipanti al Congresso Internazionale promosso dalla Pontificia Università Gregoriana (23 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
 

Eminenze, Eccellenze,
fratelli e sorelle,

sono molto lieto di rivolgere il mio saluto a voi, Rettore Magnifico, Padre Decano, professori e docenti, studenti e amici, che partecipate al Congresso Internazionale in occasione del 150° anniversario della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana.

Il 16 agosto 1876, per volontà del Beato Pio IX, la Congregazione per gli Studi disponeva l’istituzione della vostra Facoltà.

Fu quello il compimento di una lunga tradizione di studio e di insegnamento del diritto canonico, che aveva accompagnato la storia del Collegio Romano e della Compagnia di Gesù.

La data in cui celebriamo il 150° anniversario rappresenta, infatti, una tappa fondamentale di una storia iniziata secoli addietro, grazie alla quale l’insegnamento del diritto canonico aveva già maturato una propria tradizione scientifica, mediante l’apporto di numerose figure di maestri che hanno dato lustro alla Facoltà e hanno contribuito in modo rilevante allo sviluppo della scienza canonica.

Essi costituiscono una sorta di filo ininterrotto che unisce le generazioni e che ancora oggi consegna una preziosa eredità scientifica ed ecclesiale.

Questa Facoltà, così come l’Università in cui è inserita, è un’opera apostolica della Compagnia di Gesù.

Essa partecipa quindi della spiritualità che ha la sua sorgente negli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola e che, tra i suoi tratti caratteristici, ha quello sintetizzato nell’espressione: Non multa, sed multum.

Importa, cioè, non conoscere molte cose, ma penetrare profondamente nella realtà, comprenderla, interiorizzarla.

Così scrive Sant’Ignazio: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente» (cfr EE.

SS., Annotazioni, 2, 4).

Non sorprende, dunque, che questa impostazione spirituale trovi corrispondenza nel modo in cui la vostra Facoltà concepisce l’insegnamento del diritto della Chiesa.

La finalità infatti è, oltre che conoscere le norme appropriate a regolare la vita ecclesiale, quella di formare persone che abbiano il senso ecclesiale dello iustum, acquisito mediante lo studio accurato delle fonti, della tradizione canonistica e dei principi teologici che illuminano la norma.

Ciò è possibile quando lo studio del diritto canonico avviene alla luce del mistero della Chiesa, così come illustrato dal Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica Lumen gentium.

Se è vero, come scrisse San Giovanni Paolo II nella Costituzione apostolica Sacrae disciplinae leges (25 gennaio 1983) con la quale promulgava il Codice di Diritto Canonico per la Chiesa latina, che «è impossibile tradurre perfettamente in linguaggio “canonistico” l’immagine della Chiesa», tuttavia il diritto canonico deve rifletterla.

Esso svolge un servizio essenziale nel custodire la comunione ecclesiale e, pertanto, è «estremamente necessario alla Chiesa» e ha come suo fine «creare tale ordine nella società ecclesiale che assegnando il primato all’amore, alla grazia e al carisma, rende […] più agevole il loro organico sviluppo».

Il bene della persona e della comunità ecclesiale, infatti, non possono esistere indipendentemente l’uno dall’altro.

Per questo nel Programma di studi della vostra Facoltà si legge: «Il diritto della Chiesa deve sempre tendere al bene soprannaturale dei singoli fedeli e all’edificazione della comunione ecclesiale».

Vi esorto a operare fedelmente secondo tale finalità, cioè per il bene soprannaturale delle persone, che si attua perseguendo la vera giustizia, mai separata nella Chiesa dalla verità e dalla misericordia.

Sant’Agostino lo esprime con una formula cara alla tradizione cristiana: «Ordinata dilectio est iustitia».

Vorrei, poi, sottolineare una caratteristica della vostra identità che si ritrova anche negli Statuti: la Facoltà «riconosce il suo ruolo speciale nel servizio alla missione petrina.

Perciò nell’insegnamento è fedele al magistero della Chiesa e dà priorità al servizio che i suoi professori rendono alla Sede Apostolica».

Vi invito pertanto a proporre ai vostri studenti un’esperienza viva della Chiesa universale, che trova nel Vescovo di Roma il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità (cfr Lumen gentium, 23).

Gli studenti e le studentesse – chierici, consacrati e laici –, che giungono da tante parti del mondo per compiere i loro studi a Roma, devono poter sperimentare, anche attraverso la vita universitaria, che la Chiesa è una comunione universale; e, una volta tornati nelle loro Chiese particolari, portare con sé questa esperienza come una ricchezza da condividere, mettendola a servizio delle loro comunità.

Carissimi, dopo 150 anni la vostra Facoltà può guardare al futuro confidando in Dio e anche nella grande eredità ricevuta.

Così, sulla scia di coloro che vi hanno preceduto, potrete continuare a portare quei frutti di dottrina, di scienza e di santità di vita che il Signore e la Chiesa attendono da voi.

Vi accompagni in questo cammino l’intercessione di Maria Santissima, Speculum iustitiae, e la mia apostolica benedizione.

Partecipanti al Congresso Internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria (22 Ott 2026)
Visita il link

Cominciamo con il segno della croce con il quale siamo stati tutti battezzati.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
 

Eminenza,
Eccellenze,
cari fratelli e sorelle,

con gioia vi saluto all’inizio di questo Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria.

Ringrazio il Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, i Segretari e gli Officiali, come pure coloro che avranno il compito di promuovere la riflessione e l’approfondimento; e accolgo con gioia tutti voi che siete venuti da tante parti del mondo.

Mi congratulo con voi per il lavoro che svolgete nelle istituzioni educative e accademiche a favore dell’annuncio del Vangelo e della dignità della persona.

È fondamentale che la pastorale scolastica e universitaria sappia rispondere al desiderio che ognuno porta in sé e percorrere insieme un cammino, umano e cristiano.

I destinatari del vostro ministero si distinguono per l’entusiasmo, la generosità, lo spirito di servizio così propri dei giovani.

Eppure, quanti studenti vivono anche condizioni di disagio esistenziale! Famiglie ferite, solitudini digitali, sentimento di inadeguatezza o di timore davanti a un futuro che appare incerto.

Molti attraversano i corridoi dei nostri istituti e delle nostre università e forse si sentono anonimi.

Com’è importante che le scuole e le università cattoliche siano, prima di tutto, “casa”, un luogo familiare dove si è attesi.

Il primo annuncio, spesso, passa attraverso uno stile di accoglienza: qualcuno che ti guarda negli occhi, che ricorda il tuo nome, che nota la tua assenza, che si rallegra del tuo ritorno.

In un ambiente accogliente, lo studente può manifestare il suo desiderio profondo di comprendere, di dare un senso alla realtà.

Qui si tocca la vocazione propria delle scuole e delle università: la ricerca comune della verità.

Vi incoraggio perciò a stimolare l’intelligenza dei giovani, a valorizzare le loro domande.

La vostra passione –  specialmente per quanti operate in istituti cattolici –, sia quella di far sperimentare ai giovani la bellezza dell’incontro con Cristo, la fecondità della sinergia tra fede e ragione, tra il sapere della fede e i diversi altri saperi.

La pastorale scolastica e universitaria è chiamata ad accompagnare la germinazione lenta del pensiero, a insegnare a discernere e cercare con perseveranza.

I processi educativi «hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente».

Dobbiamo «proteggere i nostri giovani […] da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario» (Lett.

enc.

Magnifica humanitas, n.

140).

Non pochi giovani, oggi, sono come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi, di non corrispondere alle aspettative.

Viviamo in una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato.

Una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone.

Per questo molti finiscono per rinunciare prima ancora di provare.

Aiutate i giovani che incontrate ad essere protagonisti di un modo nuovo di abitare il mondo, costruttori di fraternità, di una società più giusta.

Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso.

Gesù non ha scelto i Dodici perché erano coraggiosi; li ha chiamati e, con la sua fiducia, li ha resi capaci.

Ai nostri ragazzi dobbiamo poter ripetere le parole che i discepoli rivolsero al cieco Bartimeo: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (Mc 10,49).

Sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati.

Una pastorale scolastica e universitaria sarà tanto più feconda quanto più si concentra sull’educazione del cuore.

Educare il cuore alla compassione, alla gratitudine, alla capacità di lasciarsi toccare dal dolore degli altri; educarlo alla lode e al desiderio di Dio.

Il servizio ai poveri, il volontariato, la cura del creato non sono attività accessorie, ma luoghi dove il cuore impara a dilatarsi.

Non dimentichiamo: carità e preghiera sono inseparabili.

Cari fratelli e sorelle, falsi maestri e messaggi ingannevoli promettono di rispondere rapidamente alle domande dei giovani.

Voi, invece, avete scelto di fare qualcosa di più grande: camminare con loro lungo la strada, finché scoprano i doni che Dio ha già deposto in loro.

Come il Risorto con i discepoli di Emmaus, che si avvicina, cammina con loro, ascolta, spiega, fa ardere il loro cuore e, infine, si lascia riconoscere allo spezzare del pane (cfr Lc 24,13-35).

Il suo Santo Spirito illumini e sostenga sempre il vostro servizio.

Maria Santissima, Sede della Sapienza, vi accompagni, insieme con la mia benedizione.

Grazie.

Delegazione dell'American Jewish Committee (22 Ott 2026)
Visita il link

Distinti membri dell’American Jewish Committee,

è un piacere darvi il benvenuto in Vaticano in questo giorno in cui la Chiesa ricorda in modo particolare il mio amato predecessore, san Giovanni Paolo II, i cui sforzi hanno contribuito in modo così significativo a promuovere l’amicizia tra ebrei e cattolici.

Rivolgendosi, nel 1995, al Consiglio di Amministrazione del vostro Comitato, osservò che «il dialogo tra Cristiani ed Ebrei [...] deve trovare eloquente espressione nella vita di entrambe le comunità» (6 febbraio 1995).

Queste parole continuano a essere pertinenti ancora oggi, come dimostra l’impegno di lunga data della vostra organizzazione nel dialogo e nella cooperazione con la Chiesa cattolica.

Pertanto, apprezzo questa opportunità per esprimere gratitudine a tutti coloro che continuano a costruire relazioni, fondate sulla sincerità e sul rispetto reciproco, tra le nostre rispettive comunità.

Radicata nella nostra comune eredità spirituale, questa amicizia ci chiama anche a difendere la dignità umana, a servire i poveri, a proteggere la libertà religiosa e a promuovere la giustizia e la pace.

Essenziale per questo impegno è il rifiuto di ogni forma di odio religioso ed etnico e di discriminazione.

A tale riguardo, in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II ho affermato che «la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso» (Udienza generale, 29 ottobre 2025).

Le diversità di opinione, per quanto profonde, non devono mai dare vita a pregiudizio e ostilità, che minano le fondamenta morali della nostra società.

In un mondo ferito dalla violenza e dalla diffidenza, questo impegno per la fratellanza è particolarmente urgente.

Di fatto, «la testimonianza della nostra fraternità, che mi auguro potremo mostrare con gesti efficaci, contribuirà certamente a edificare un mondo più pacifico, come desiderano in cuor loro tutti gli uomini e le donne di buona volontà» (Discorso ai Rappresentanti di altre Chiese e Comunità Ecclesiali e di altre Religioni, 19 maggio 2025).

Con queste riflessioni, vi ringrazio nuovamente per la vostra visita.

Vi assicuro delle mie preghiere.

Shalom!

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.

241, giovedì 22 ottobre 2026, p.

2.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione dell'apertura delle iscrizioni per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù di Seoul 2027 (22 Ott 2026)
Visita il link

Miei cari giovani amici,

oggi, con l’apertura delle iscrizioni alla Giornata Mondiale della Gioventù del prossimo anno, invito calorosamente ciascuno di voi a Seul.

Non è semplicemente un invito a visitare una nuova città: è una chiamata a partire per un pellegrinaggio di fede, amicizia e speranza.

Un pellegrinaggio vi offre l’opportunità non solo di scoprire luoghi cristiani in un altro Paese, ma anche di trovare il tempo e lo spazio per incontrare Dio più profondamente, sia personalmente sia nella vita dinamica della Chiesa.

A Seul incontrerete giovani da ogni parte del mondo, espressione di una bella e ricca varietà di lingue e culture.

Eppure, nonostante queste differenze, e anzi proprio grazie alla diversità che Dio vi ha donato, sperimenterete un senso ancora più grande di unità, perché siamo tutti membra dell’unico Corpo di Cristo.

Questa occasione sarà dunque un’opportunità speciale per approfondire la vostra fede e incontrare i vostri fratelli e sorelle in Cristo.

E spero che creerete ricordi felici e stringerete amicizie che dureranno tutta la vita.

Il tema della Giornata Mondiale della Gioventù è: «Abbiate coraggio: Io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

Provvidenzialmente, oggi celebriamo la memoria liturgica di san Giovanni Paolo II, che proclamava continuamente a tutti i popoli: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».

Queste parole valgono anche per ciascuno di voi.

Perciò, in questo pellegrinaggio, portate tutto ciò che siete e tutto ciò che custodite nel cuore: i vostri sogni, desideri e speranze, ma anche le vostre ferite e fatiche.

Il Signore vi aspetta in questo luogo di incontro e di comunione.

Chiama ciascuno di voi per nome.

Desidera risvegliare la vostra speranza e donarvi la pienezza della vita e della gioia.

Non vedo l’ora di incontrarvi a Seul! Nel frattempo, Dio benedica voi e i vostri cari.

E la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scenda su di voi e con voi rimanga sempre.

Amen.

Udienza Generale del 21 Ott 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 6. L’impegno per la famiglia nella società di oggi (GS, 47-52)
Visita il link

I Documenti del Concilio Vaticano II.

IV.

Costituzione Gaudium et spes.

6. L’impegno per la famiglia nella società di oggi (GS, 47-52)

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La prima cosa che vorrei dirvi è grazie! Grazie per il sostegno delle vostre preghiere.

Grazie a Dio per la sua generosità.

Rinnoviamo tutti la nostra fiducia nella bontà, nella misericordia di Dio.

La Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS) del Concilio Vaticano II, dopo aver illustrato, nella prima parte, la dignità della persona e la sua vocazione nel mondo, nella seconda parte, «alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana», considera alcuni problemi contemporanei più urgenti (cfr GS, 46).

L’attenzione si concentra in primo luogo sul matrimonio e sulla famiglia, nella convinzione che «il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare» (GS, 47).

A tale scopo, non ne vengono semplicemente ribaditi i valori e i fini, ma si prospetta una rinnovata concezione del matrimonio quale «intima comunità di vita e d’amore coniugale» (GS, 48).

Integrando la dimensione giuridica del matrimonio come contratto, il fondamento di tale unione viene riconosciuto nel «patto coniugale», inteso come «l’atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono» (ibid.).

La  reciproca donazione dell’uomo e della donna, tale per cui «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19,6), motiva l’esigenza della «piena fedeltà» e della «indissolubile unità» dei coniugi, trovando viva espressione nella procreazione e nell’educazione dei figli (cfr GS, 48).

Riflesso della Trinità divina, l’amore coniugale e genitoriale, attraverso il Sacramento del matrimonio, viene «sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo», affinché i coniugi possano amarsi l’un l’altra così «come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa» (ibid.).

Dopo aver illuminato la realtà del matrimonio alla luce dell’amore di Cristo, che è verità dell’amore umano e divino, Gaudium et spes rivolge l’attenzione all’amore coniugale e alla fecondità matrimoniale.

Non limitandosi all’attrattiva erotica, che pure integra in sé, l’amore coniugale coinvolge tutta la volontà degli sposi, ravvivandone gli affetti dell’animo ed esprimendosi mediante sentimenti e gesti di tenerezza (cfr GS, 49).

Abbracciando il bene di tutta la persona dell’uomo e della donna, uguali nella dignità, quest’amore pervade tutta quanta la vita dei coniugi, trovando espressione negli atti esclusivamente propri del matrimonio (cfr ibid.).

Mentre significa l’amore integrale da persona a persona, la singolare intimità degli sposi ne favorisce la mutua donazione e arricchisce la loro vicendevole gioia (cfr ibid.).

La fecondità dell’amore coniugale, inoltre, si esprime nella procreazione dei figli, «il dono più eccellente del matrimonio» (GS, 50).

Trasmettendo ed educando la vita umana, che mai va scartata, gli sposi diventano «cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti» (ibid.).

Chiamati a tale responsabilità umana e cristiana, essi sono tenuti a lasciarsi guidare da un retto giudizio circa il bene loro e dei loro figli, già nati o venturi.

Un tale giudizio, che, in ultima analisi, gli sposi stessi devono formulare davanti a Dio, esige che la loro coscienza si conformi alla legge divina, interpretata dal Magistero ecclesiale alla luce del Vangelo (cfr ibid.).

La valorizzazione della comunione amorosa e della fecondità procreativa nel matrimonio porta il Concilio a escludere che possa esserci «vera contraddizione tra le leggi divine, che reggono la trasmissione della vita, e quelle che favoriscono l’autentico amore coniugale» (GS, 51) e ad affermare, invece, che «quando si tratta di mettere d’accordo l’amore coniugale con la trasmissione […] della vita» si deve «mantenere «in un contesto di vero amore, il significato totale  della mutua donazione e della procreazione umana» (ibid.).

Da ciò consegue sia che «la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura», scongiurando «l’aborto e l’infanticidio»; sia che «gli atti specifici della vita coniugale, ordinati secondo la vera dignità umana, devono essere rispettati con grande stima» (ibid.).

L’insegnamento di Gaudium et spes sulla comunità coniugale e familiare giunge quindi a evidenziare la funzione sociale della famiglia, definita «una scuola di umanità più ricca» e «il fondamento della società» (GS, 52), richiamando tutti coloro che hanno responsabilità sociali, specialmente in ambito politico e culturale, al dovere di «collaborare efficacemente alla promozione del matrimonio e della famiglia» (ibid.).

Carissimi, quest’impegno è più che mai urgente.

La Chiesa lo sa bene, come dimostra la sollecitudine pastorale dei Papi che si sono succeduti dopo l’ultimo Concilio, fino alla duplice Assemblea sinodale voluta da Papa Francesco, sulla quale sono ritornati, nei giorni scorsi, i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze Episcopali.

La Santa Famiglia di Nazaret ci illumini nel cammino e protegga le famiglie del mondo intero.

_________________________

Saluti

Je salue cordialement tous les pèlerins francophones, en particulier ceux venus de France, de Suisse, de la République de Maurice, d'Haïti et du Cameroun.

Puissent vos familles être missionnaires et source de paix et d'unité au sein de la société.

Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente tutti i pellegrini di lingua francese.

Possano le vostre famiglie essere missionarie e fonte di pace e di unità nella società.

Dio vi benedica!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience.

Upon all of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.

God bless you all!

Herzlich begrüße ich die Pilger deutscher Sprache! Ich wünsche euch allen einen schönen Aufenthalt in der Ewigen Stadt.

Gott segne und behüte euch!

[Un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca.

Auguro a tutti un buon soggiorno nella Città Eterna.

Dio vi benedica e vi protegga!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

Que la Sagrada Familia de Nazaret proteja a todas las familias del mundo entero.

Que Dios los bendiga.

Muchas gracias.

Saúdo os peregrinos de língua portuguesa! Confio todos vós e as vossas famílias à Sagrada Família de Nazaré.

Que Deus vos abençoe!

[Saluto i pellegrini di lingua portoghese! Alla Sacra Famiglia di Nazaret affido voi e le vostre famiglie.

Dio vi benedica!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków, a szczególnie organizatorów i wykonawców koncertu „Psalmy Pokoju”, zorganizowanego w 45.

rocznicę Watykańskiej Fundacji Jana Pawła II.

Niech to wydarzenie sprzyja dążeniom do pokoju i pojednania.

Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare gli organizzatori e gli interpreti del concerto «Salmi di Pace», per il 45° anniversario della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II.

Tale evento favorisca propositi di pace e di riconciliazione.

Vi benedico tutti!]

* * *

Sabato scorso, a Ibiza, Spagna, sono stati beatificati don Juan Torres Torres e 19 compagni, sacerdoti delle isole di Ibiza e Formentera, uccisi in odio alla fede nella persecuzione religiosa del secolo scorso.

La loro testimonianza ci incoraggia a fare della vita un'offerta d'amore a Dio e ai fratelli.

Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, come pure ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.

Esorto ciascuno a vivere con coerenza la fede per irradiare nel vostro ambiente il messaggio liberante del Vangelo.

A tutti la mia Benedizione.

Partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero delle Cause dei Santi (21 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

È bello vedere tanto entusiasmo per i santi di oggi, e grazie!
 

Eminenze, Eccellenze,
cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di incontrarvi nella giornata conclusiva del vostro Convegno “La santità nella storia”, organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi.

Saluto e ringrazio per il loro impegno i suoi Superiori, i Membri, i Consultori, gli Officiali, i Relatori del Convegno e tutti coloro che, a diverso titolo, lavorano alle Cause dei Santi.

Il tema scelto per queste giornate di studio mira ad approfondire il rapporto tra santità e storia, offrendo l’opportunità di soffermarsi su vari aspetti.

Il primo è riferito alla santità canonizzata, che richiede di essere provata da testimonianze autentiche, credibili e al di sopra di ogni sospetto.

A questo fine, il lavoro della Commissione storica in ambito diocesano e quello dei Relatori e Consultori del Dicastero per le cosiddette “cause antiche”, rivestono un ruolo essenziale.

Fu proprio un autorevole storico come Papa Pio XI a istituire nell’allora Sacra Congregazione dei Riti la Sezione Storica, aprendo le cause dei santi all’utilizzo specifico del metodo storico-critico.

Anche la trattazione delle “cause recenti” non può prescindere da una verifica seria e rigorosa di tutto il materiale raccolto.

Le cause dei santi utilizzano gli strumenti propri dello studio della storia, anche se il loro fine non è fare storiografia, quanto piuttosto far emergere l’esemplarità, la spiritualità e la fama di santità dei candidati agli altari.

Un secondo aspetto è come l’evoluzione storica e culturale influenzi, nelle sue diverse fasi, il concetto stesso di santità.

Nel trascorrere delle epoche, anche il profilo dei santi può conoscere degli sviluppi: non per seguire gli stereotipi del momento, ma per leggere l’esperienza contingente attraverso le categorie del Vangelo vissuto.

Per questo, situare la testimonianza di un santo o di una santa nel contesto in cui è vissuto è molto importante.

Il popolo di Dio cerca modelli per abitare il presente, intercessori che aiutino i membri della Chiesa ad affrontare le sfide odierne e a riconoscerne le opportunità.

Non va dimenticato, tuttavia, che l’atto solenne della canonizzazione trascende la contingenza storica.

Con esso, infatti, il Successore di Pietro non solo approva, ma indica a tutta la Chiesa testimoni credibili del Vangelo, capaci di parlare ad ogni epoca.

Infine, occorre considerare come la presenza e la testimonianza dei santi abbiano trasformato la storia.

Illuminati dalla Grazia, essi hanno saputo ascoltare gli appelli del loro tempo, coniugando fede e storia, e spendendo la vita per edificare la realtà nuova del Regno di Dio.

La storia del mondo senza i santi e le sante sarebbe immensamente più povera, cioè meno umana.

Carissimi, la testimonianza dei santi, profondamente inserita nella concretezza del loro tempo, ci ricorda la forza innovatrice e trasformatrice della Pasqua.

Essi ci mostrano una storia plasmata dalla fede.

Vi ringrazio perché, col vostro lavoro, voi contribuite a mettere in luce questa meravigliosa realtà.

Vi affido alla protezione della Vergine Maria Regina dei Santi e di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica.

Grazie.

Angelus, 18 Ott 2026
Visita il link

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo proclamato nella liturgia odierna (Mt 22,15-21) ci pone a confronto con uno dei detti più celebri di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (cfr v.

21).

Per questo è importante collocarlo nel contesto in cui fu originariamente pronunciato.

L’evangelista Matteo descrive una situazione ostile verso Gesù: i farisei si radunano per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi (cfr v.

15).

Decidono di mandare alcune persone a interrogarlo su una questione controversa: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (v.

17).

La risposta del Maestro è astuta, perché lo tiene fuori dalla trappola e smaschera l’ipocrisia di chi vuol farlo cadere.

Chiede loro la moneta del tributo, cioè un denaro.

Quelli gliela danno, e Gesù dice: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?».

Gli rispondono: «Di Cesare».

Allora afferma: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (vv.

17-21).

In Gesù contempliamo un Dio che non teme la storia e viene invece ad abitarla.

Il suo Regno non toglie le cariche e le responsabilità umane.

Chiede però di vivere senza compromessi, liberi da cattive ambizioni e ingiusti interessi, anteponendo a tutto il Regno di Dio e la sua giustizia (cfr Mt 6,33).

Colpisce, in questo senso, l’elogio che quelle stesse persone rivolgono a Gesù, seppure mosse da intenzioni non buone: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità.

Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno» (v.

16).

Carissimi, è proprio questo il profilo di chi “rende a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”: essere veritieri, senza soggezione e ipocrisia, liberi per il bene.

Preghiamo il Signore che ci aiuti ad essere così.

E affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria.

______________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

oggi si celebra la centesima Giornata Missionaria Mondiale.

Pensiamo a quanta storia missionaria in questi cento anni! Preghiamo perché la Chiesa sia sempre fedele al mandato del Signore risorto: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).

Desidero ringraziare tutti coloro che in questi giorni hanno pregato per me.

Ho sentito davvero il vostro sostegno, grazie!

Particolare riconoscenza esprimo ai medici, agli infermieri e a tutto il personale del Policlinico “Gemelli”.

Questa esperienza mi ha fatto provare in modo particolare la vicinanza a quanti attraversano la malattia e una condizione di infermità.

Superata questa fase delicata, come sapete adesso riprenderò gradualmente le mie attività, sempre con l’aiuto di Dio e delle vostre preghiere.

Grazie ancora, grazie a tutti e buona domenica!

 

Santa Messa alla conclusione dell’incontro in occasione del 10° anniversario della pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Amoris lætitia (14 Ott 2026)
Visita il link

Ora leggerò l’omelia preparata dal Santo Padre, Papa Leone XIV.

«La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa» (Francesco, Esort.

ap.

Amoris laetitia, 19 marzo 2016, 1).

Così il Santo Padre Francesco, dieci anni fa, iniziava l’Esortazione apostolica Amoris laetitia (AL).

Oggi celebriamo l’Eucaristia presentando al Signore i frutti del lavoro compiuto sul Documento in questo periodo, cercando di assimilarne la ricchezza e di attuarne le indicazioni pastorali.

La Liturgia odierna ci offre al riguardo alcuni spunti di riflessione.

Abbiamo ascoltato, nella prima Lettura, l’“inno alla carità” di San Paolo (cfr 1Cor 12,31-13,13), che l’Esortazione, al capitolo quarto, pone alla base di una ricca meditazione sulle virtù del Matrimonio cristiano, unione «affettiva, spirituale e oblativa» (AL, 120) e icona dell’amore di Dio (cfr AL, 121).

È infatti attraverso questi valori che gli sposi, a immagine della Trinità e con l’aiuto della grazia, crescono insieme, giorno per giorno, maturando ciascuno nella propria peculiarità e, al tempo stesso, realizzando quella mutua somiglianza che cresce attraverso il «progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza» (AL, 123).

Così, la vera gioia dell’amore è un lento fondersi insieme, in cui l’unicità dell’uno fiorisce, nel dono, attraverso la presenza dell’altro.

L’Apostolo, del resto, rivolgeva le sue parole a una comunità ricca di doni e di carismi (cfr 1Cor 12,4-11), ma bisognosa di maturare nella carità.

Ricordava ai Corinzi che senza di essa, pur con tutti i talenti ricevuti, l’uomo è «come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita» (1Cor 13,1): una voce priva d’amore, un orecchio incapace di portare messaggi al cuore, una individualità lontana, fredda, impenetrabile.

Noi non siamo fatti per questo.

Ce lo ha ricordato anche il Salmo responsoriale, definendoci “popolo” e “gregge” di un Dio il cui «amore è per sempre» e la cui fedeltà si estende «di generazione in generazione» (Sal 99,5), di un Signore che ama senza mai tirarsi indietro, senza mai smettere di cercarci, di darci fiducia e di rinnovarci la sua amicizia.

È questa la carità che Amoris laetitia ci invita a porre a fondamento delle nostre famiglie.

È l’amore vero al quale ci esorta, in modo particolare, a educare i giovani che si preparano al Matrimonio, insegnando loro «l’importanza delle virtù», tra le quali un posto speciale assegna alla castità, «condizione preziosa per la crescita genuina dell’amore interpersonale» (AL, 206).

Sono lodevoli, a tale scopo, i cammini che con impegno si fanno a livello parrocchiale o di zone pastorali.

Ricordiamo, però, che questi percorsi da soli non bastano, se non sono preceduti e sostenuti da un’educazione all’amore che accompagni tutta la crescita, fin dall’infanzia.

Papa Francesco, in proposito, osservava che «imparare ad amare qualcuno non è qualcosa che si improvvisa, né può essere l’obiettivo di un […] corso previo alla celebrazione del matrimonio» (AL, 208).

E spiegava: «In realtà ogni persona si prepara per il matrimonio fin dalla nascita» (ibid.), e tutto ciò che un giovane vive in famiglia deve contribuire a «renderlo capace di un impegno pieno e definitivo» (ibid.).

Così la carità domestica, concreta, non priva di momenti di fatica, di errori e di cadute, e al tempo stesso meravigliosa nella sua imprevedibile quotidianità, è la prima scuola degli affetti, il primo prezioso e insostituibile apprendistato della “gioia dell’amore”.

Per questo meritano di essere valorizzati e sostenuti gli sforzi di tante famiglie che, nelle nostre città e nei nostri paesi, vivono la loro vocazione e missione giorno per giorno, senza clamore, ma con fedeltà a volte eroica.

Esse sono una risposta generosa e comprensibile per tutti alle parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16).

Attraverso la testimonianza di questi genitori, figli, nonni, giovani e anziani, piccoli e grandi, il messaggio di verità e di pienezza di vita del Vangelo si diffonde efficacemente nel mondo.

L’Evangelista Giovanni ci ha riportato la consegna semplice e chiara lasciataci da Gesù al termine della sua vita terrena: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12).

Mettiamola in pratica, per crescere come Chiesa che è «famiglia di famiglie» (AL, 87), in un clima di cura reciproca da cui tutti trarremo beneficio: i giovani sposi, che si sentiranno incoraggiati mentre iniziano il loro cammino coniugale; i genitori, che avranno aiuto nell’affrontare le sfide impegnative legate alla crescita dei figli e alla gestione della vita familiare; gli anziani, che vedranno riconosciuto e valorizzato il loro ruolo di testimoni di saggezza e di virtù, mentre le forze fisiche diminuiscono.

Qui troverà appoggio e motivazione anche chi è più fragile, o vive situazioni difficili e momenti di crisi, circondato da affetto e protetto da giudizi e pregiudizi.

Ricordiamoci che, «per quanto ferita possa essere una famiglia, essa può sempre crescere a partire dall’amore» (XIV Ass.

Gen.

Ord.

del Sinodo dei Vescovi, Relatio finalis, 10).

In questa carità, fondamentale per il nostro stesso esistere e stare insieme come esseri umani, affondano poi le loro radici anche i valori dell’apertura e del rispetto verso la vita, dal concepimento al termine naturale.

Di tali valori la famiglia è depositaria per eccellenza, come faro per il bene dell’umanità.

Papa Francesco, in merito, sottolineava che «nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita […] assicura il futuro della società» (AL, 52).

Senza famiglie solide, aperte al dono dei figli, attente alla loro educazione e alla loro crescita, il mondo non ha avvenire.

Nei testi che abbiamo ascoltato, c’è però ancora un importante invito di Gesù che vorrei richiamare: quello a “chiedere al Padre nel suo nome” (cfr Gv 15,16).

Queste parole ci ricordano che la famiglia è luogo privilegiato di preghiera.

Bisogna riconoscere, purtroppo, che oggi, in molte parti del mondo, l’abitudine a pregare insieme tra le mura domestiche – prima dei pasti, all’inizio e al termine della giornata, o in occasioni particolari – si è assai indebolita.

Amoris laetitia ci rammenta che farlo è fondamentale: «Va sottolineata – afferma – l’importanza della spiritualità familiare, della preghiera e della partecipazione all’Eucaristia domenicale» (AL, 223), e raccomanda che anche tra famiglie ci si riunisca «regolarmente per promuovere la crescita della vita spirituale e la solidarietà nelle esigenze concrete della vita» (ibid.).

La preghiera comune e i Sacramenti hanno un ruolo molto rilevante nella vita familiare, perché, aprendo i cuori all’agire di Dio, permettono di giungere insieme anche là dove da soli non si arriverebbe mai.

Sono un nutrimento solido e una medicina salutare; perciò esorto calorosamente tutti a riscoprire e promuovere questa pratica.

Cari fratelli e sorelle, ho anche l’onore di presiedere questa celebrazione con uno speciale mandato del Santo Padre Leone XIV, al fine di manifestare pubblicamente la comunione ecclesiastica da Lui concessa a Sua Beatitudine Polis III Nona, Patriarca di Baghdad dei Caldei, che partecipa a questa Eucaristia.

La comunione di un Patriarca con il Successore di Pietro richiama una prassi antica, che sanciva l’unità nella fede e nella carità di una Chiesa patriarcale con la Sede di Roma e, all’epoca, delle stesse Chiese tra di loro: non rappresenta dunque una mera formalità, ma una realtà viva, che attinge la propria ragione d’essere nella Comunione eucaristica, fonte e culmine dell’unità della Chiesa in Cristo.

Beatitudine, la Sua presenza ci aiuta a meglio comprendere il nostro essere Chiesa, comunione in Cristo Signore di Chiese di vari riti e tradizioni nell’unità visibilmente manifestata con il Successore di Pietro.

Le assicuriamo l’affetto di tutta la Chiesa cattolica e la preghiera per i fedeli affidati alle Sue cure pastorali, da tempo provati, ma saldi e spesso eroici nel testimoniare, tra molte avversità, la fede in Gesù.

Cari fratelli e sorelle, affidiamo tutte le famiglie e la Chiesa intera alla Santa Famiglia di Nazaret, riprendendo la preghiera posta da Papa Francesco al termine di Amoris laetitia.

«Santa Famiglia di Nazaret,
rendi le nostre famiglie
luoghi di comunione e cenacoli di preghiera,
autentiche scuole di Vangelo
e piccole Chiese domestiche.

[…]
Mai più ci siano nelle famiglie
episodi di violenza, di chiusura e di divisione;
[…] chiunque sia stato ferito o scandalizzato
venga prontamente confortato e guarito.
[…] Fa’ che tutti ci rendiamo consapevoli
del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
della sua bellezza nel progetto di Dio.
Gesù, Maria e Giuseppe,
ascoltateci e accogliete la nostra supplica.

Amen» (AL, 325).

Messaggio del Santo Padre al termine dell’Incontro in occasione del decimo anniversario di Amoris laetitia (13 Ott 2026)
Visita il link

Cari fratelli nell’Episcopato,
Care famiglie,
Cari fratelli e sorelle,

come sapete, in questi giorni non mi è stato possibile essere tra voi.

Vi ringrazio di cuore per le vostre preghiere e per il lavoro che avete svolto assieme.

La condivisione delle vostre esperienze e il vostro ascolto attento costituiscono veramente un dono per tutta la Chiesa.

Sono particolarmente grato alle famiglie che hanno parlato delle loro gioie, delle difficoltà e delle speranze, nonché ai Capi delle Chiese Cattoliche Orientali e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, per la loro preparazione e per il tempo che hanno dedicato a questo incontro.

Leggerò i frutti del vostro lavoro e delle vostre discussioni, e a suo tempo offrirò le mie riflessioni.

Intanto vi incoraggio a cominciare a condividere con le vostre Conferenze Episcopali e Diocesi ciò che avete vissuto e ricevuto, e a continuare a proclamare il Vangelo insieme alle famiglie, attingendo alla ricchezza di Amoris Laetitia.

In particolare, spero che le famiglie stesse siano sempre attivamente coinvolte nella vita e nella missione delle vostre Chiese locali, e che vi aiutino a discernere le vie da percorrere.

Tornando a casa, vi prego di assicurare a tutti i membri delle vostre comunità la mia vicinanza spirituale e il mio incoraggiamento.

Mentre affido ciascuno di voi alla protezione della Sacra Famiglia di Nazareth, vi chiedo di pregare per me, come io faccio per voi.

Volentieri imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 13 ottobre 2026

 

LEONE PP.

XIV

Soci del Circolo San Pietro (12 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
 

Carissimi fratelli e sorelle, benvenuti!

Sono molto lieto di accogliere per la prima volta il Circolo San Pietro.

Ringrazio di cuore il Presidente e tutti voi soci oggi convenuti.

Dal 1869 il vostro benemerito Sodalizio raggiunge, a nome del Papa, tante persone bisognose della nostra amata città di Roma, offrendo i pasti che quotidianamente distribuite, gli asili notturni per le persone senza fissa dimora, gli alloggi per le famiglie in difficoltà e altri servizi.

È un’opera lodevole, che realizza il comandamento del Signore di una carità che, nel segreto, attende solo da Dio la sua ricompensa (cfr Mt 6,3-4).

Contribuite a formare il volto bello della Chiesa, che testimonia il Vangelo tra i poveri e gli ultimi.

Grazie!

Riflettendo sui tre cardini del vostro carisma – preghiera, azione e sacrificio – vorrei consegnarvi oggi una parola che le raccoglie in perfetta armonia: carità.

In primo luogo, infatti, la preghiera è il fondamento della carità.

Non è casuale che la prima parola del vostro motto rimandi al legame con Dio.

Non si può dare se non ciò che si è ricevuto.

E la preghiera è appunto quella relazione attraverso la quale riceviamo la medesima carità che siamo chiamati a donare.

Vi incoraggio sempre a tornare alla Parola di Dio e alla preghiera come fonte inesauribile della vostra dedizione.

La seconda parola del vostro motto, “azione”, indica la prospettiva verso cui volgere l’amore ricevuto da Dio.

La preghiera, infatti, diventa efficace quando tende verso il prossimo.

La caritas generata dallo Spirito Santo è l’amore di Dio riversato nei nostri cuori: un amore che si fa impegno di vita e servizio.

Questo amore deve diventare meta, stile e senso del nostro vivere.

Il terzo perno attorno a cui ruota il vostro carisma, il sacrificio, rinvia, infine, al cuore della carità, indicandoci il modo con cui vivere l’equilibrio tra preghiera e azione.

«Vero sacrificio – scrive Sant’Agostino –­ è ogni opera con cui ci si impegna ad unirci in santa comunione a Dio.

Quindi anche il bene con cui si soccorre l’uomo, se non si compie in relazione a Dio, non è sacrificio.

Infatti, sebbene il sacrificio sia compiuto e offerto dall’uomo, è cosa divina» (De Civitate Dei, X, 6).

Nell’offerta del vostro tempo, del vostro entusiasmo e anche della vostra fatica a favore dei più piccoli, voi prendete parte all’opera stessa di Cristo, che ci ha amati e ha dato la sua vita per noi.

Uniti al suo sacrificio, dunque, non siamo più noi a vivere, ma Cristo stesso vive in noi (cfr Gal 2,20).

Carissimi, la carità sia sempre fonte della vostra preghiera, anima della vostra azione, espressione del vostro sacrificio spirituale.

Vi sono grato per l’obolo di San Pietro che oggi consegnate come segno della vostra fedeltà e devozione al Santo Padre.

La vostra devozione è sempre presente con me, perché porto sempre anche il dono che mi avete fatto al momento della mia elezione e vi ringrazio sinceramente.

Esso sostiene – qui parlo dell’obolo che voi oggi consegnate – la sollecitudine del Vescovo di Roma per questa città ed è, al contempo, aiuto alle esigenze della Sede Apostolica nel servizio di tutta la Chiesa.

Affido il Circolo San Pietro alla protezione della Vergine Maria, Salus Populi Romani, e benedico di cuore tutti voi, le vostre famiglie e quanti incontrate nel vostro apostolato caritativo.

Grazie.

Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2026 (12 Ott 2026)
Visita il link

Sua Eccellenza Qu Dongyu
Direttore Generale della FAO
 

Eccellenza,

1.

Il tema della Giornata Mondiale dell’Alimentazione di quest’anno è “Innovare oggi per nutrire il domani”.

Aiutando la terra a produrre i suoi frutti, l’umanità non si limita a compiere un’operazione tecnica, ma adempie al comando di custodire la terra e di coltivarla (cfr Gen 2,15), un comando che precede ogni quadro giuridico e ogni innovazione tecnologica.

Ciononostante, ci troviamo attualmente in una situazione paradossale, in cui il progresso globale avanza a un ritmo sempre più sostenuto, mentre la fame e la povertà continuano a persistere.

Non si tratta di un problema tecnico o finanziario, ma piuttosto di una profonda crisi antropologica ed etica.

2.

Oggi si parla di innovazione con gran disinvoltura.

Tuttavia, questo termine viene spesso utilizzato solo in riferimento allo sviluppo di dispositivi e algoritmi, oppure all’ottimizzazione delle prestazioni con l’unico fine di ottenere un guadagno economico.

È quindi necessario cambiare il modo in cui concepiamo tale progresso, poiché la vera innovazione non sostituisce la creazione, ma implica un’indagine rispettosa delle leggi complesse che guidano l’opera delle mani del Creatore.

L’uso di una tecnologia adeguata per coltivare la terra è un’espressione del ruolo della persona umana come collaboratrice di Dio nell’opera della creazione.

Eppure, quando la tecnologia moderna viene impiegata in agricoltura in modi che privano il suolo della sua fertilità naturale o allontanano gli agricoltori dalle loro terre, spinti soltanto da motivi economici, ciò non può essere considerato un progresso, ma una forma sofisticata di distruzione.

Inoltre, l’uso irresponsabile della tecnologia per interessi esclusivamente egoistici, anziché per il bene comune, non solo viola il principio di solidarietà, ma ignora anche il dovere dell’umanità di salvaguardare il creato.

Il tipo di innovazione di cui il mondo ha bisogno, quindi, non si misura solo in base alla quantità di grano prodotto, ma anche alla tutela della dignità umana che Dio ha donato a ciascuno di noi e all’integrità dell’ecosistema che siamo chiamati a preservare.

3.

La fame non può essere considerata un’anomalia statistica, poiché è causata principalmente dalla mancanza di volontà politica e di solidarietà collettiva.

Né le carenze alimentari sono geograficamente inevitabili.

Infatti, in un’epoca caratterizzata da un progresso tecnologico senza precedenti, è intollerabile che il pane sia considerato un privilegio e l’acqua una merce contesa.

L’accesso regolare a un’alimentazione sicura, adeguata e sufficiente, in linea con la dignità di ogni persona, è un diritto umano fondamentale.

Garantire questo diritto è un obbligo di giustizia che vincola sia i singoli Stati che la comunità internazionale.

Eppure, mentre le innovazioni accelerano la produzione, la distribuzione viene trascurata.

I mercati dei cereali vengono capitalizzati in borsa, mentre i semi che germogliano nel terreno finiscono nelle mani di monopoli che soffocano l’agricoltura su piccola scala.

4.

Per garantire che le esigenze alimentari di domani siano soddisfatte, è necessario liberare la produzione di cibo da una mentalità puramente speculativa.

Il pane non dovrebbe essere né uno strumento di pressione geopolitica né un bene finanziario volatile.

Né deve mai essere usato come arma di guerra.

Infatti, impedire che il pane raggiunga una persona o distruggere i mezzi con cui viene prodotto costituisce una terribile offesa alla dignità umana.

Il pane è prezioso perché sostiene la vita che Dio ci ha donato.

Dobbiamo quindi superare la tentazione di una visione a breve termine.

Il mito secondo cui la crescita possa essere infinita nonostante le risorse limitate ha raggiunto il punto di rottura.

Oggi l’innovazione richiede l’adozione di un senso di responsabilità intergenerazionale che guardi oltre i bilanci annuali.

Innovazione significa conciliare la tecnologia con la saggezza, compresa quella ancestrale, mantenendo al contempo una visione per il futuro.

Non si tratta di rifiutare i progressi tecnologici, ma piuttosto di integrarli con la saggezza dei contadini, che hanno maturato la loro conoscenza della terra e del clima attraverso secoli di osservazione coscienziosa.

Ciò comporta anche la tutela dell’acqua come bene comune inalienabile.

5.

Signor Direttore Generale, incoraggio l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura e i suoi Stati membri a non accontentarsi di analisi astratte o di dichiarazioni di efficacia limitata.

È giunto il momento di dare prova di audacia morale.

È essenziale un nuovo ordine alimentare globale, in cui l’innovazione tecnologica sia incondizionatamente subordinata al rispetto della dignità umana donata da Dio e al bene comune universale.

Inoltre, esiste un imperativo etico urgente di riconvertire le risorse investite nell’industria bellica verso la ricerca agricola sostenibile e la rigenerazione dei terreni degradati.

Il domani non è un arco di tempo astratto che ci attende passivamente; è piuttosto il raccolto di ciò che seminiamo oggi attraverso le nostre decisioni.

Se seminiamo un’innovazione non etica, basata sul desiderio di dominare la terra ed escludere i deboli, raccoglieremo aridità e conflitti.

Se invece l’innovazione scaturisce dal rispetto per l’ordine naturale e dalla giustizia verso chi ha fame, il domani porterà una tavola imbandita per il sostentamento dell’umanità.

6.

Con questi pensieri nei confronti di coloro che si dedicano alla coltivazione e alla tutela del creato, invoco su tutti le benedizioni di Dio Onnipotente e assicuro il costante sostegno della Santa Sede alle iniziative che assistono la FAO nei suoi nobili sforzi.

Dal Vaticano, 12 ottobre 2026

LEONE PP.

XIV

Lettera del Santo Padre al Cardinale Giovanni Battista Re, Decano emerito del Collegio Cardinalizio (11 Ott 2026)
Visita il link

Al Signor Cardinale
GIOVANNI BATTISTA RE
Decano emerito del Collegio Cardinalizio 

Venerato e caro Fratello,

dopo aver accettato la Sua rinuncia all’ufficio di Decano del Collegio Cardinalizio, svolto egregiamente per più di sei anni, desidero esprimerLe la mia gratitudine per il servizio reso da Vostra Eminenza, che è stato per me e per tutti una edificante testimonianza di amore alla Chiesa e al Papa.

Chiamato già da giovane sacerdote al servizio della Santa Sede, Ella è diventato, attraverso i numerosi e delicati incarichi nella Curia Romana, collaboratore fidato dei Sommi Pontefici, in particolare di San Giovanni Paolo II, che La volle prima Assessore della Segreteria di Stato, poi Segretario della Congregazione per i Vescovi e quindi Sostituto della Segreteria di Stato.

Al fianco del Papa del Grande Giubileo del 2000, Ella ha diretto e coordinato con efficacia i molteplici uffici posti a disposizione del suo magistero e della sua missione pastorale, accompagnandolo in una serie memorabile di Viaggi apostolici in Italia e in tutto il mondo.

All’inizio del nuovo millennio, il Santo Pontefice La pose a capo della Congregazione per i Vescovi e La creò Cardinale.

Questo lungo cammino Le ha permesso di acquisire una straordinaria conoscenza della Chiesa universale, arricchita da moltissime relazioni personali.

Penso di non sbagliare dicendo che Lei, Eminenza, è stato ed è uno dei servitori della Santa Sede più conosciuti e stimati.

A ciò ha contribuito non poco il Suo stile aperto, cordiale, franco, e la Sua capacità di affrontare le situazioni e i problemi con saggezza e concretezza, sempre fedele agli insegnamenti della Chiesa e con grande amore per il Successore di Pietro.

Nell’ufficio di Decano del Collegio Cardinalizio, la Sua figura è apparsa ancora più visibile e molti, nel Popolo di Dio e non solo, hanno apprezzato la Sua testimonianza sacerdotale nelle Celebrazioni eucaristiche da Lei presiedute, da ultimo in occasione delle esequie di Papa Francesco.

Caro e venerato Fratello, tutti abbiamo sempre ammirato in Lei il vigore della fede e dello zelo nel ministero, così ben fusi con le doti di operosità attinte dalle Sue radici familiari e dell’amata Val Camonica.

Ma il motto che scelse al momento dell’elezione all’episcopato, “Virtus ex alto”, attesta quanto Lei abbia sempre saputo invocare e ricevere forza dal Signore e dalla sua Grazia, e questo accresce in chi La conosce la stima e la gratitudine.

Con questi sentimenti, Le assicuro il mio ricordo nella preghiera, che affido all’intercessione della Vergine Maria e di San Giovanni Battista, e di cuore Le rinnovo la mia Benedizione, estendendola volentieri ai familiari e alle persone care. 

Dal Vaticano, 11 ottobre 2026

        

LEONE PP.

XIV

Angelus, 11 Ott 2026
Visita il link

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi, nel Vangelo, Gesù parla della festa di nozze preparata da un re per suo figlio (cfr Mt 22,1-14).

Il matrimonio di un figlio è un momento speciale per ogni famiglia, e questo padre felice vuole condividere con tutti la sua gioia.

Offre un banchetto e invita tante persone.

San Tommaso d’Aquino dice, in proposito, che il bene tende per sua natura a diffondersi: «Bonum dicitur diffusivum sui» (Summa theologiae, I, q.

5 a.

4, ad 2), e anche l’immagine del nostro racconto ci parla, in un contesto particolare di vita vissuta, di questa realtà.

Quando accade qualcosa di buono, si accende una luce che porta a coinvolgere gli altri nella propria felicità.

Di fronte a un’offerta così bella, però, gli invitati, invece di unirsi alla festa, si tirano indietro e preferiscono continuare a occuparsi dei loro affari.

Alcuni, anzi, infastiditi, insultano e addirittura uccidono i messaggeri del re.

Anche questo purtroppo, succede: non sempre il bene che offriamo è compreso, riconosciuto, apprezzato, anzi a volte è frainteso e respinto.

Ma ciò non deve scoraggiarci.

Il re, davanti al rifiuto, non annulla le nozze e non cancella i festeggiamenti, anzi, estende il suo appello a un numero ancora più grande di persone, inviando i suoi servi a chiamarle per le strade, perché la gioia degli sposi sia un dono per tutti.

A questo punto, ci domandiamo: chi rappresentano i protagonisti di questa storia? San Girolamo identifica il re con il Padre dei Cieli, lo sposo con Gesù e la sposa con la Chiesa (cfr Commento a Matteo, Libro III, cap.

22).

Tra i protagonisti, allora, ci siamo anche noi, scelti dal Signore per condividere con Lui la nostra esistenza e per essere assieme a Lui portatori di vita.

La festa di nozze è la nostra, e la sala del banchetto sono le nostre chiese, le nostre case, i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”.

Lì noi lo incontriamo, vestiti, come la sposa, con l’abito bianco del Battesimo e ornati con i gioielli delle opere buone, che ci avvicinano a Dio e tra noi.

La gioia che annunciamo, allora, non è artificiale, ma profonda, concreta, reale, bella come i volti delle persone che incontriamo, vera come il lavoro, i sorrisi, le lacrime, le strette di mano, i gesti di bene delle nostre giornate.

Ed è un dono di Dio, per la salvezza del mondo.

Chiediamo dunque a Maria, Madre del Signore, che ci aiuti a crescere in questa gioia e ad annunciarla sempre e ovunque, anche là dove non è compresa, con generosità, con coraggio e con fede.

__________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Mantova, è stata beatificata Suor Maria Ignazia Isacchi, fondatrice della Congregazione delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Gesù.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, si prodigò con carità coraggiosa per i bisognosi e disagiati.

Il suo esempio ravvivi in tutti noi il desiderio di essere nel mondo testimoni di amore evangelico verso tutti.

La guerra nella martoriata Ucraina continua a causare sofferenze anche ben oltre i suoi confini, soprattutto nei Paesi più poveri, dove tante persone dipendono dalle importazioni di cereali.

Rivolgo un accorato appello alle parti in conflitto affinché consentano il trasporto sicuro dei cereali nel Mar Nero.

Il pane quotidiano di milioni di persone non può essere ostaggio della guerra.

Oggi in Italia ricorre la Giornata per le Vittime degli incidenti sul lavoro.

Saluto l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro e incoraggio gli sforzi per la prevenzione.

Rivolgo il mio caloroso benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini!

Saluto i membri della Hermandad del Señor de los Milagros a Roma e quanti hanno partecipato alla processione con la venerata Icona del Crocifisso.

Grazie della vostra preghiera per la Visita pastorale che compirò in Perù.

Accolgo con gioia i fedeli dell’Eparchia Greco Cattolica di Mukacevo in Ucraina, accompagnati dal loro Vescovo; la Asociación de fieles Hakuna; las “Antiguas Alumnas Jesús Maria España”; il Coro e la Scuola corale della Cattedrale di Haarlem, nei Paesi Bassi; e i fedeli provenienti da Vienna.

Saluto i giovani della vicaria di Chiaravalle, in diocesi di Senigallia; i soci dell’AIDO provinciale di Belluno; il gruppo “Ars Enotria” di Cosenza; e la squadra di calcio femminile dell’Ospedale di Biella.

Carissimi, di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone.

È stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato.

I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo.

L’intervento è già programmato nei prossimi giorni.

Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera. 

Grazie e buona domenica!

Partecipanti al Meeting dei Direttori dei Musei di tutto il mondo (Bizot Group) (10 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi.

Signore e Signori,   

ho colto con piacere la possibilità di incontrarmi con voi membri del Bizot Group, che rappresentate alcuni tra i più prestigiosi Musei del mondo.

Saluto il vostro Presidente, Dottor Taco Dibbits, e ciascuno di voi.

Per lavoro e per passione, sapete bene che ogni museo è luogo di memoria, di bellezza e di storia, che favorisce l’incontro tra generazioni, promuovendo la cultura e l’umana creatività.

Nel corso dei secoli la Chiesa ha coltivato un rapporto speciale con la dimensione artistica, apprezzando ogni sua forma.

L’arte, infatti, è il modo attraverso il quale l’uomo, con il proprio ingegno, valorizza e trasfigura la materia, ovvero il creato che abita a immagine e somiglianza di Dio.

Il tema del vostro incontro, la Materialità, risulta al riguardo di particolare interesse, oltre che per esplorare i rapporti tra oggetto e interpretazione dell’opera d’arte, anche per riflettere sulla qualità specifica della materia, come luogo nel quale Dio stesso ha voluto rivelarsi.

A questo proposito, vorrei condividere con voi stamattina alcune brevi riflessioni.

Anzitutto, la materia è disponibile: è un dono che ci viene consegnato.

Con la sua maestria l’artista trasforma quanto ha tra le mani facendone a propria volta dono per gli altri: è così che l’elaborazione della cultura valorizza la bellezza del creato.

Lo stesso «Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano» (Francesco, Lett.

Enc.

Laudato si', 98).

La materia, inoltre, è duttile: può essere modellata secondo l’idea dell’artista, per esprimerne l’intuizione, dando corpo o suono a emozioni, sogni e parole.

L’arte, infatti, è un processo creativo attraverso cui l’uomo, imitando l’opera di Dio, plasma la materia per infondervi un significato trascendente.

Essa diventa così segno di quella bellezza che ridesta gli occhi del cuore e della mente, orientando l’uomo verso l’alto.

E infine la materia è memoria.

Le opere conservate nei musei sono testimonianze di una storia che interpella ogni persona, di generazione in generazione.

L’oggetto museale porge così al presente la sapienza del passato.

La Chiesa, pellegrina nel tempo, proprio in questo modo ha inteso l’arte: non come mero estetismo, ma come forma d’annuncio evangelico attraverso la bellezza.

Mi congratulo pertanto con tutti voi per il lavoro di conduzione e amministrazione dei Musei ai quali vi dedicate, custodendo un patrimonio comune all’umanità.

Auguro ogni bene per le iniziative del vostro Gruppo e invoco per voi, per i vostri cari e i vostri collaboratori la benedizione del Signore.

Partecipanti al Sinodo dei Vescovi della Chiesa di Antiochia dei Greco-Melchiti (10 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Beatitudine,
Cari Fratelli Vescovi,
fratelli e sorelle,

è un piacere incontravi in occasione del vostro Sinodo, che non è soltanto un atto di governo, ma anche un momento di comunione e di servizio come vescovi.

Attraverso voi porgo un cordiale saluto ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai seminaristi e a tutti gli amati fedeli della Chiesa melkita, sia nei vostri territori sia nella diaspora in tutto il mondo.

Come ben sapete, fu ad Antiochia che i seguaci di Cristo furono per la prima volta chiamati «cristiani».

Adesso come allora, i cristiani sono chiamati a vivere la propria vita in un modo che dia testimonianza della presenza viva di Dio che dimora in mezzo a noi.

Di fatto, i primi cristiani si distinguevano dagli altri per la loro vita di carità, cosa che ancora avviene nelle vostre parrocchie.

Voi non portate semplicemente la fede nelle vostre menti, ma le permettete di penetrare nei vostri cuori, spinti dallo Spirito a condividere cibo con gli affamati, a fornire istruzione e cure sanitarie, ad accompagnare e a incoraggiare chi soffre, per permettere alla Chiesa di essere un faro — la luce di Cristo — specialmente in questo periodo tumultuoso.

In molte delle terre tradizionali della vostra Chiesa i fedeli sono afflitti da guerre, disordini, estremismi religiosi e difficoltà economiche.

Per tramite vostro, vorrei dire alla vostra amata Chiesa: sono con voi.

Tutta la Chiesa cattolica è con voi.

Perché quando un membro soffre, tutto il corpo soffre insieme (cfr.

1 Cor  12, 26).

E proprio perché state soffrendo e cercando di imitare Gesù nella mitezza con cui ha redento il mondo, voi siete nel cuore della Chiesa.

Penso in particolare alle ferite, alle difficoltà che affrontate, che spingono molti vostri fedeli a recarsi in Paesi lontani per trovare lavoro, per sfuggire ai pericoli e talvolta persino alla persecuzione, per far crescere la loro famiglia in sicurezza.

Che grande vocazione ha la vostra Chiesa: essere testimone di riconciliazione e di pace in terre devastate dal conflitto.

Voi siete i semi di comunione in terre che sono deturpate dalla violenza.

Questa testimonianza vi rende davvero icone di secoli di fede nei luoghi più santi della nostra salvezza.

Talvolta la propensione umana per il conflitto può riguardare anche noi all’interno della Chiesa.

Non a caso, nel sacro ed evocativo rito della vostra tradizione bizantina la prima istruzione per il sacerdote e il diacono che si preparano a celebrare la Divina Liturgia è di essere riconciliati con tutti, non serbare alcun rancore verso nessuno e non nutrire nessuna malvagità nel cuore.

Questa riconciliazione è di per se stessa un sacrificio in e con Cristo.

A tale riguardo, il vostro Sinodo dei Vescovi funge da custode della comunione.

Avete una grande responsabilità, che deve essere salvaguardata e alimentata in seno alla collegialità episcopale, come ho voluto sottolineare attraverso la Lettera Apostolica Mutua concordia.

Dobbiamo essere sempre vigili per non cadere nella tentazione di elevarci al di sopra degli altri, cercando il potere invece del servizio, il profitto invece della trasparenza e dell’onestà e il successo personale invece della cura pastorale.

Lo Spirito Santo ci spinge a cercare e a pregare, a pregare per quell’unità che aiuterà tutte le persone a riconoscere che Cristo è in mezzo a noi.

Inoltre, l’espressione più eloquente della nostra fede e la comunicazione più chiara della Buona Novella a coloro che non conoscono Cristo avviene quando prendiamo la nostra croce e scegliamo di manifestare amore nei momenti in cui proviamo paura, rabbia o sofferenza.

Noi che serviamo la Chiesa come clero diamo ai nostri fedeli una speranza più grande nel Vangelo quando esaminiamo noi stessi e ci consideriamo responsabili non solo nella gestione dei beni materiali, ma anche nel modo in cui cerchiamo la riconciliazione.

Nel corso della storia abbiamo visto che le prove che affrontiamo — che sia il martirio o i semplici sacrifici che compiamo per amore del prossimo — danno l’opportunità di mostrare la nostra fede in un modo che riecheggia nei cuori di quanti stanno cercando la vera pace.

Prego, dunque, perché, con speranza cristiana e con amore per tutte le persone con le quali vivete, continuiate a formare i giovani e a incoraggiare tutti nelle vostre più nobili tradizioni.

Da parte sua — e grazie alla generosità di così tanta gente — la Sede Apostolica sta assicurando che vi siano borse di studio per i fedeli in Siria, Libano e Iraq, affinché ricevano un’educazione cattolica.

Il nostro obiettivo è di sostenere i giovani, di modo che le famiglie cristiane abbiano l’assistenza necessaria per restare in Medio Oriente e mantenere una presenza cristiana.

Vi ringrazio per ciò che fate e vi assicuro della mia vicinanza spirituale.

Affidando questo Sinodo all’intercessione della Theotokos  — la genitrice di Dio — prego perché lo Spirito Santo vi illumini e vi guidi nelle vostre decisioni.

Su tutti voi e sui fedeli della Chiesa melkita, invoco l’abbondanza delle benedizioni di Dio.

Grazie.

___________________________

 

 

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.

231, sabato 10 ottobre 2026, p.

2.

 

 

 

 

Celebrazione eucaristica per l’inaugurazione dell’Anno Accademico delle Università Pontificie (8 Ott 2026)
Visita il link

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo oggi l’Eucaristia invocando il dono dello Spirito Santo, affinché l’inizio di un nuovo anno accademico nelle Università Pontificie sia più di una semplice ripresa delle attività di studio e di ricerca.

Desideriamo aprire l’intelligenza e le relazioni educative al soffio creatore del Risorto, che dona pace e unità, per assumere ciascuno il proprio compito e rispondere così a Dio che chiama e a un’umanità in attesa.

Sia, dunque, questo nuovo inizio un vero momento ecclesiale, in cui l’esserci radunati attorno alla mensa del Signore alimenti la nostra comune missione.

Nessuno, allora, insegnerà, studierà, ricercherà solo per sé stesso, ma con gli altri, per gli altri e soprattutto con il Signore e per il Signore.

Come abbiamo ascoltato dalla Lettera ai Galati, infatti, l’intelligenza è determinante per la fede e la missione.

L’apostolo Paolo, preoccupato per le notizie ricevute dalle comunità della Galazia, scrive parole che invitano i destinatari della Lettera a pensare.

Il tono è vibrante, acceso, ma quello che potrebbe apparire un rimprovero è in realtà un appello all’intelligenza, alla memoria, al senso critico.

In ogni epoca non mancano falsi maestri che volgono ai propri interessi il sentimento religioso di non pochi credenti, spingendoli spesso a radicalizzare qualche aspetto dell’insegnamento ricevuto a discapito dell’intero, che è Cristo e il suo Vangelo.

Carissimi, stimate lo studio come servizio alla fede e alla verità: per il bene vostro e di tanti fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita.

Sebbene, infatti, l’incontro con Lui generi gioia ed entusiasmo, mai si tratta di un venire “ammaliati” o “incantati” (cfr Gal 3,1).

La ragione, il porsi e porre domande, alla luce della Parola di Dio e della Tradizione della Chiesa sono parte essenziale del cammino di fede alla sequela di Gesù Cristo.

La Chiesa ha per ciò stesso il desiderio e la responsabilità di custodire integro il tesoro della Rivelazione e di svilupparne nei diversi contesti l’intelligenza orante, la riflessione scientifica, la mediazione culturale, la traduzione pratica.

Sono, queste, tutte espressioni di un unico amore, che oggi vi chiama, vi sostiene e vi impegna nella comune ricerca.

È una missione! Diverse sono le nostre vocazioni, ma unica è la missione.

Troviamo poi un ulteriore suggerimento nelle parole dell’Apostolo.

Egli, infatti, invita i Galati a ricordare da dove avevano cominciato.

Scrive: «Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne? Avete tanto sofferto invano?» (Gal 3,3-4).

L’intelligenza, quindi, deve fare memoria: non semplicemente accostando dati, come un algoritmo fa ormai più rapidamente di noi, ma ricordando le esperienze vissute, con le risonanze che solo l’animo umano può provare, ed entrando più intensamente in contatto con la loro bontà.

Tutto ciò che è buono inizia “nel segno dello Spirito Santo” e ha, dunque, un respiro, un dinamismo, un senso di comunione che, una volta sperimentati, si imprimono nel cuore.

La routine, le ambizioni, le rivalità e altri fattori negativi possono col tempo distrarre attenzione ed energia, lasciando inariditi e fiacchi, litigiosi e tristi.

Occorre allora ritornare al cuore.

Lì tutto è cominciato, lì è l’inizio che rimane con noi.

Carissimi, custodite il cuore! Che siate studenti, ricercatori o docenti, custodite il cuore, perché ogni età e responsabilità siano vissute “nel segno dello Spirito”.

Carissimi, in università coltivate l’amicizia, dono prezioso, tanto più quando è vissuta nella comune ricerca della verità in Cristo.

Mantenetevi radicati nel popolo di Dio, stimatene il sensus fidei, accoglietene le domande.

E non dimenticatevi dei poveri, che a volte sono quell’amico importuno, che viene a bussare di notte (cfr Lc 11,5-13).

Portate la vita nello studio e lo studio nella vita, secondo la logica dell’Incarnazione, fuori dalla quale tace la Rivelazione.

Sì, più ci allontaniamo dalla realtà intera che il Figlio di Dio ha assunto e abitato con infinito amore, meno avremo qualcosa da dire e possibilità di capire.

Sorelle, fratelli, ascoltiamo il desiderio di Dio che oggi torna a bussare e portiamolo nella ricerca scientifica.

Condividiamo ciò che ci nutre.

Sono molti a non avere le stesse opportunità formative che noi abbiamo ricevuto.

Apriamo la porta, non chiudiamoci.

Come ho suggerito nella mia prima Enciclica, siamo oggi chiamati ad assumere l’atteggiamento del popolo al tempo di Neemia, per costruire la città che Dio desidera abitare con l’intera umanità nella pace (cfr Lett.

enc.

Magnifica humanitas, 8).

Ognuno ha il suo compito in questo cantiere, nel quale è importante lavorare insieme.

Ad esempio, chi fa i conti con la frammentazione del sapere e con l’impatto delle nuove tecnologie sulla mente umana si accorge che «occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa» (ibid., 146).

Lo studio della Teologia non è estraneo a queste sfide, ma nel cantiere della “città di Dio” la sua ricerca contribuisce a illuminare il lavoro di tutti, ponendosi come crocevia dei diversi saperi.

In particolare, la Comunità ecclesiale che è a Roma, con la sua vocazione a servire l’intera cattolicità, è punto di incontro, di confronto e di reciproco arricchimento fra sensibilità, culture e tradizioni diverse, nelle quali il Vangelo dischiude i suoi inesauribili tesori.

Cari fratelli e sorelle, che possiate vivere con pienezza questi vostri anni romani.

Non lasciateli passare invano! Qui Pietro ha confessato la sua fede fino al martirio.

Qui Paolo, il grande traduttore universale dell’esperienza cristiana per tanti popoli, lingue e culture, ha terminato la sua corsa conservando la fede (cfr 2Tm 4,7).

In università, guardatevi intorno: nelle vostre aule siede il mondo.

Accanto a voi studiano persone provenienti dall’Africa, dall’Asia, dall’America, dall’Europa e dall’Oceania.

Non limitatevi a sedervi accanto: incontratevi, parlatevi, ascoltatevi, raccontatevi le vostre esperienze di Chiesa, pregate insieme, condividete momenti di svago, fate nascere amicizie che vi accompagneranno per tutta la vita.

Il Signore ci ha detto: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.

Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Lc 11,9-10).

Forti di questa promessa, perseveriamo uniti nella preghiera.

Affidiamo il nuovo anno accademico alla materna intercessione della Vergine Maria, Sede della Sapienza, e accogliamo lo Spirito Santo che il Padre nostro celeste non fa mancare a coloro che lo chiedono con fiducia filiale.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione della 100ª Giornata Missionaria Mondiale (7 Ott 2026)
Visita il link

Cari fratelli e sorelle in Cristo, 

mentre ricordiamo la Giornata Missionaria Mondiale, ringraziamo Dio per i frutti abbondanti che ha donato alla Chiesa da quando il mio predecessore, Papa Pio XI, ha istituito questa celebrazione annuale, cento anni fa.

Egli desiderava così promuovere, in ogni Diocesi e parrocchia, una più profonda comprensione della grandezza del compito missionario e una fervente preghiera per l’opera di evangelizzazione, incoraggiando la vocazione missionaria e sostenendo l’impegno delle Pontificie Opere Missionarie. 

La realizzazione del fine scelto da Pio XI ha portato frutto anche nella mia vita.

Guardando alla mia giovinezza, posso vedere come le preghiere offerte al Signore della messe abbiano misteriosamente aiutato a preparare il mio cuore per ascoltare la chiamata di Gesù a seguirlo come missionario agostiniano.

Inoltre, le preghiere e le offerte dei fedeli hanno incoraggiato e sostenuto il mio lavoro missionario in Perù, così come quello di innumerevoli altri missionari in tutto il mondo.

Per questo motivo vorrei esprimere la mia sincera gratitudine a tutti coloro che hanno sostenuto la Giornata Missionaria Mondiale nel corso degli anni.

Il tema di questo centenario, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, ci invita a riflettere sul compito fondamentale di coltivare l’unità della Chiesa nel seguire Cristo, specialmente col nostro impegno e con la nostra responsabilità di diffondere il Vangelo di salvezza a tutte le persone.

Attraverso il Battesimo, infatti, ciascuno di noi diventa membro del Corpo di Cristo e ha un ruolo unico nel contribuire all’opera salvifica di Gesù.

Il Signore ci chiama a cooperare come una sola famiglia, con l’aiuto dello Spirito Santo, per portare ogni persona, ovunque sia, alla comunione della fede in Cristo.

Ribadisco quindi lo speciale appello del Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale: «impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore.

Le vostre preghiere e il vostro sostegno concreto […] saranno di grande aiuto per portare il Vangelo dell’amore di Dio a tutti, specie ai più poveri e bisognosi» (Messaggio per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale, 25 gennaio 2026).

Mentre celebriamo questo centenario, vi ringrazio per tutto ciò che farete portando avanti l’eredità della Domenica Mondiale delle Missioni, così da sostenere generosamente la missione di evangelizzazione che la Chiesa svolge in tutto il mondo.

Possa la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scendere su di voi e rimanere con voi per sempre.

Amen.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione della 100ª Giornata Missionaria Mondiale (7 Ott 2026)
Visita il link

Cari fratelli e sorelle in Cristo, 

mentre ricordiamo la Giornata Missionaria Mondiale, ringraziamo Dio per i frutti abbondanti che ha donato alla Chiesa da quando il mio predecessore, Papa Pio XI, ha istituito questa celebrazione annuale, cento anni fa.

Egli desiderava così promuovere, in ogni Diocesi e parrocchia, una più profonda comprensione della grandezza del compito missionario e una fervente preghiera per l’opera di evangelizzazione, incoraggiando la vocazione missionaria e sostenendo l’impegno delle Pontificie Opere Missionarie. 

La realizzazione del fine scelto da Pio XI ha portato frutto anche nella mia vita.

Guardando alla mia giovinezza, posso vedere come le preghiere offerte al Signore della messe abbiano misteriosamente aiutato a preparare il mio cuore per ascoltare la chiamata di Gesù a seguirlo come missionario agostiniano.

Inoltre, le preghiere e le offerte dei fedeli hanno incoraggiato e sostenuto il mio lavoro missionario in Perù, così come quello di innumerevoli altri missionari in tutto il mondo.

Per questo motivo vorrei esprimere la mia sincera gratitudine a tutti coloro che hanno sostenuto la Giornata Missionaria Mondiale nel corso degli anni.

Il tema di questo centenario, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, ci invita a riflettere sul compito fondamentale di coltivare l’unità della Chiesa nel seguire Cristo, specialmente col nostro impegno e con la nostra responsabilità di diffondere il Vangelo di salvezza a tutte le persone.

Attraverso il Battesimo, infatti, ciascuno di noi diventa membro del Corpo di Cristo e ha un ruolo unico nel contribuire all’opera salvifica di Gesù.

Il Signore ci chiama a cooperare come una sola famiglia, con l’aiuto dello Spirito Santo, per portare ogni persona, ovunque sia, alla comunione della fede in Cristo.

Ribadisco quindi lo speciale appello del Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale: «impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore.

Le vostre preghiere e il vostro sostegno concreto […] saranno di grande aiuto per portare il Vangelo dell’amore di Dio a tutti, specie ai più poveri e bisognosi» (Messaggio per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale, 25 gennaio 2026).

Mentre celebriamo questo centenario, vi ringrazio per tutto ciò che farete portando avanti l’eredità della Domenica Mondiale delle Missioni, così da sostenere generosamente la missione di evangelizzazione che la Chiesa svolge in tutto il mondo.

Possa la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scendere su di voi e rimanere con voi per sempre.

Amen.

Udienza Generale del 7 Ott 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 5. La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo (GS, 40-45)
Visita il link

I Documenti del Concilio Vaticano II.

IV.

Costituzione Gaudium et spes.

5. La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo (GS, 40-45)

 

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Riprendendo la riflessione sulla Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), oggi consideriamo il quarto capitolo della prima parte, dedicato alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo.

Prima di tutto il Concilio ricorda che la Chiesa non è “sopra” o “accanto” al mondo, ma come innestata in esso.

«Mundus reconciliatus Ecclesia», scriveva S.

Agostino (Sermo 96): la Chiesa è mondo già riconciliato con Dio; siamo pellegrini sulla terra e con questo mondo condividiamo la fragilità e la bellezza (cfr GS, 41).

Come il Figlio di Dio si è incarnato per dare la vita al mondo e riconciliarlo con il Padre, così la Chiesa abita nel mondo come segno dell’incarnazione di Dio per manifestare il suo disegno di renderci tutti suoi figli in un’unica grande famiglia umana.

Perciò, la Chiesa cammina nella storia in mezzo alle genti e alle culture, e «questo intreccio di vita con i popoli le fa comprendere sempre più che la sua missione ha una portata storica e comporta una responsabilità nei confronti del modo in cui si tessono le relazioni sociali» (Lett.

enc.

Magnifica humanitas, 19).

La prima missione della Chiesa è quella di aiutare le persone ad essere attente alle domande profonde della vita: quelle sulla nostra origine e il nostro destino, così come quelle sul senso dell’amore e del dolore (cfr GS, 41).

La logica del profitto a tutti i costi e la manipolazione dell’informazione rischiano di esercitare una indebita pressione affinché le persone si conformino a uno stile di vita centrato sul consumo di beni materiali, ma il nostro cuore è fatto per guardare in alto.

I Padri del Concilio ricordano che la missione della Chiesa si realizza anche nel contribuire alla costruzione della città terrena.

Tuttavia, i suoi metodi e la sua finalità non sono primariamente di ordine politico, bensì consistono nella testimonianza della fede e della carità, insieme con l’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità.

Adorando Cristo, il Giusto morto per gli ingiusti, il credente non può accettare l’oppressione dei piccoli e dei poveri, come pure quelle strutture inique che perpetuano condizioni di dipendenza e di ingiustizia.

La Dottrina sociale della Chiesa orienta l’azione dei cristiani, che collaborano con tutte le persone di buona volontà nel promuovere il bene comune.

Alla Chiesa, dunque, «niente sta più a cuore che di servire al bene di tutti e di potersi liberamente sviluppare sotto qualsiasi regime che rispetti i diritti fondamentali della persona e della famiglia e riconosca le esigenze del bene comune» (GS, 42).

Per compiere con efficacia la missione evangelica è necessario che ogni battezzato si impegni a cooperare con la grazia dello Spirito Santo, affinché la sua fede sia viva e si esprima in comportamenti coerenti.

Infatti, come ricordano i Padri conciliari, il distacco tra fede professata e vita quotidiana «va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (GS, 43).

Gaudium et spes riserva una menzione particolare (cfr ibid.) alla missione dei fedeli laici, i quali, in forza del Battesimo, sono chiamati ad animare il mondo con lo spirito cristiano e la visione del Vangelo.

Luoghi principali di questa azione, che può ben dirsi sacerdotale, sono indubbiamente la famiglia e l’attività lavorativa, ma essa si estende ad ogni ambiente di vita.

La Chiesa, infine, è sempre attenta a ciò che nella società avviene e si sviluppa (cfr GS, 44).

È compito di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, discernere ciò che nelle culture del nostro tempo è degno di considerazione, avendo sempre come supremo criterio di discernimento la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa.

Questo richiede un animo equilibrato e libero dalle mode culturali, capace di guardare al mondo in modo positivo e, al contempo, saldo nel custodire e presentare il messaggio evangelico nella sua integralità.

Infatti, «non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo» (Discorso alla Plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione del mondo, 28 maggio 2026).

Carissimi, la Chiesa, mentre è in cammino nella storia, «ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza di tutta l’umanità» (GS, 45).

A questo fine essa tende soprattutto attraverso la santità personale e l’amore fraterno.

Scriveva San Paolo VI: «Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana e infeconda» (Esort.

ap.

Evangelii nuntiandi, 76).

Pertanto, facciamoci docili all’azione dello Spirito Santo, perché ci aiuti a vivere in santità e carità, così che il mondo possa credere e sperare.

________________________

Saluti

Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins provenant des diocèses d’Amiens, d’Arras, de Marseille et le groupe de “Gens du Voyage”, ainsi aux fidèles venus du Sénégal.

Frères et sœurs, apprenons à cultiver l’ouverture d’esprit et la capacité de porter un regard positif sur les personnes, afin de les aider à accueillir le message évangélique et à devenir des semeurs d’espérance dans la société.

Que Dieu vous bénisse !

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua francese, in particolare ai pellegrini provenienti dalle diocesi di Amiens, Arras e Marsilia, al gruppo “Gens du Voyage”, nonché ai fedeli venuti dal Senegal.

Fratelli e sorelle, impariamo a coltivare l’apertura mentale e la capacità di guardare le persone con uno sguardo positivo, per aiutarle ad accogliere il messaggio evangelico e a diventare seminatori di speranza nella società.

Dio vi benedica!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Ireland, Uganda, South Africa, Australia, New Zealand, India, Indonesia, the Philippines, Sri Lanka, Canada and the United States of America.

Upon each of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.

God bless you all!

Herzlich begrüße ich die Pilger deutscher Sprache, besonders die jungen Männer aus der Schweizerischen Eidgenossenschaft, die an der Informationswoche der Päpstlichen Schweizergarde teilnehmen.

Allen wünsche ich einen guten Aufenthalt hier in Rom.

Möge der Herr euch segnen und euch immer beschützen.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua tedesca, in particolare i giovani provenienti dalla Confederazione Elvetica che partecipano alla settimana informativa della Guardia Svizzera Pontificia.

A tutti auguro un buon soggiorno qui a Roma.

Il Signore vi benedica e vi protegga sempre.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

Los animo a ser dóciles a las inspiraciones del Espíritu Santo, para que cada uno, desde su propio estado de vida, colabore a fin de que se instaure el Reino de Dios en el mundo y toda la humanidad reciba la salvación obtenida mediante el sacrificio de Cristo.

Que Dios los bendiga.

Muchas gracias.

我向中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹,愿玛利亚,耶稣的母亲,在你们困难与苦难时,成为你们的避难所与力量。我由衷地降福你们。

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.

Cari fratelli e sorelle, Maria, la madre di Gesù, sia per voi rifugio e forza nei momenti di difficoltà e di sofferenza.

Vi benedico di cuore.]

Uma saudação cordial aos peregrinos de língua portuguesa, em especial aos grupos vindos do Brasil e de Portugal.

Queridos irmãos e irmãs, na próxima segunda-feira, 12 de outubro, celebra-se Nossa Senhora Aparecida, Padroeira do Brasil.

Confio todos vós e as vossas famílias à sua intercessão maternal.

Que Nossa Senhora vos proteja sempre! Deus vos abençoe!

[Un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale, ai gruppi venuti dal Brasile e dal Portogallo.

Cari fratelli e sorelle, il prossimo lunedì 12 ottobre si celebra Nossa Senhora Aparecida, Patrona del Brasile.

Alla sua materna intercessione affido voi e le vostre famiglie.

La Madonna vi custodisca sempre! Dio vi benedica!]

أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة.

نَحنُ مَدعُوُّونَ إلى أنْ نَشهَدَ لِلمَسِيحِ بالمَحَبَّةِ والعَدلِ والسَّلام، مِن أجلِ بِناءِ عالَمٍ يَسُودُ فِيهِ الخَيرُ العام والأخُوَّةُ بَينَ الجَمِيع.

باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba.

Siamo chiamati a testimoniare Cristo attraverso l’amore, la giustizia e la pace, per costruire un mondo in cui il bene comune e la fraternità prevalgano tra tutti.

Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków, a szczególnie pielgrzymów z Diecezji Łomżyńskiej przybyłych wraz ich Biskupem, by dziękować za 100 lat tego Kościoła lokalnego, a także pielgrzymów z Diecezji Siedleckiej z ich Biskupami.

Polecam was wstawiennictwu Maryi, Matki Pięknej Miłości, oraz wspominanej niedawno św.

Faustyny Kowalskiej, „Apostołki Bożego Miłosierdzia”, byście na drogach codzienności zawsze ufali Bogu, który jest Panem dziejów.

Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!

[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i pellegrini della Diocesi di Łomża, venuti con il loro Vescovo per rendere grazie per i 100 anni della Chiesa locale, nonché i pellegrini della Diocesi di Siedlce con i loro Vescovi.

Vi affido all’intercessione di Maria, Madre del Bell’Amore, e di Santa Faustina Kowalska, «Apostola della Divina Misericordia», di cui abbiamo fatto di recente memoria, affinché nel cammino quotidiano confidiate sempre in Dio, Signore della storia.

Sia lodato Gesù Cristo!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai Frati Minori della Puglia e del Molise, ai fedeli delle parrocchie di Montenero di Bisaccia e di Bisceglie, all’Associazione nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.

L’odierna memoria liturgica della Beata Vergine Maria del Rosario mi offre l’opportunità per ricordare l’importanza del Santo Rosario, preghiera mariana tanto cara alla tradizione della Chiesa.

Vi invito a recitarla per sperimentare il conforto della nostra Madre celeste, rifugio sicuro in mezzo alle difficoltà della vita.

A tutti la mia Benedizione.

Incontro con un gruppo di “Patrons of the Arts in the Vatican Museums” dalla Louisiana (7 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.


Cari amici,

sono lieto di incontravi questa mattina e di accogliervi in Vaticano.

Come Patrons of the Arts in the Vatican Museums siete indubbiamente attirati a Roma dal vostro amore per l’arte e la bellezza, nonché dal desiderio di preservare il patrimonio artistico e religioso dell’umanità a beneficio delle generazioni future.

Ma oggi venite anche come pellegrini, spinti a visitare i luoghi sacri di Roma al fine di chiedere la grazia e la benedizione di Dio, sperimentare la sua misericordia e trovare rinnovata forza nel vostro cammino di fede quotidiano.

In modo particolare, spero che il tempo da voi trascorso in preghiera presso le tombe degli Apostoli rafforzi i vostri vincoli con il Successore di Pietro e con la Chiesa Universale.

Come ben sapete, Papa san Paolo VI ha avuto un ruolo importante nella serie di eventi che alla fine hanno dato vita alla vostra Organizzazione.

Una volta disse che “[q]uesto mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione.

La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, […] che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione” (Messaggio agli artisti a conclusione del concilio Vaticano II, 8 dicembre 1965).

Come Patrons, sono certo che abbiate sperimentato in prima persona che la bellezza ha il potere di risvegliare i desideri più nobili del cuore umano, invitandoci ad andare oltre noi stessi e aprendo le nostre anime alla gratuità dei doni di Dio.

È in questo contesto che vorrei ringraziarvi per la vostra generosa collaborazione degli ultimi decenni nell’aiutare a conservare l’arte dei Musei Vaticani.

In un’epoca dominata dalla tecnologia, in cui l’efficienza e il profitto spesso hanno la precedenza, è molto importante che continuiamo a coltivare uno spirito di contemplazione e concediamo tempo e spazio alla bellezza.

Questo atteggiamento sarà di grande aiuto all’umanità, specialmente ai giovani, non solo per scoprire la capacità dell’arte di elevare e di rivelare le profondità dello spirito umano e la nostra apertura al divino, ma anche per comprendere che il dono di sé è essenziale per una realizzazione autentica.

Infine, la contemplazione offre una straordinaria opportunità per incontrare il Dio che è Bellezza, descritta da sant’Agostino come sempre antica e sempre nuova, una Bellezza che cattura e continuamente attira a sé tutte le persone (cfr.

Le Confessioni, X, 27); Gv 12, 32).

Cari amici, mentre proseguite il vostro pellegrinaggio, vi incoraggio ad aprirvi a questa Bellezza e a contemplare modi per aiutare altri a fare lo stesso.

Con rinnovata gratitudine e affidando tutti voi e le vostre famiglie all’amorevole intercessione di nostra Signora del Rosario, la cui memoria celebriamo oggi, vi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica, che estendo a tutti coloro che sono associati ai Patrons of the Arts in the Vatican Museums, come pegno di pace e di gioia nel Signore.

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.

228, mercoledì 7 ottobre 2026, p.

4.

Sacerdoti e Religiose della Corea residenti in Roma (5 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
 

Buongiorno a tutti.

Benvenuti!

감사합니다! (Grazie!)

Eminenza,
cari fratelli e sorelle
,

È una gioia accogliere oggi voi, sacerdoti, religiose e religiosi coreani a Roma.

Qui, presso le memorie degli Apostoli Pietro e Paolo, la fede che avete ricevuto in Corea trova le proprie radici e può ricevere nuovo slancio missionario.

Venite da lontano, è vero, ma qui siete a casa.

Saluto in particolare quanti sono impegnati nella preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù di Seoul 2027.

Ricorre inoltre il venticinquesimo anniversario dell’inaugurazione della sede del Pontificio Collegio Coreano: rivolgo alla comunità del Collegio il mio augurio e il mio ringraziamento per il servizio reso alla Chiesa in Corea e alla Chiesa universale.

La storia della vostra Chiesa è davvero singolare.

La fede germogliò in Corea spontaneamente e si sviluppò anche attraverso la ricerca sincera della verità di uomini che conobbero i testi cristiani e vollero sapere di più su Gesù Cristo.

Da quella ricerca nacque il desiderio del Battesimo e dal Battesimo una comunità che ricordava la Chiesa delle origini (cfrAt4,32).

Questa storia ci consegna due parole: memoria e speranza.

La memoria cristiana non è nostalgia, ma gratitudine per ciò che Dio ha compiuto e responsabilità per ciò che Egli affida oggi alle nostre mani.

La speranza non è mero ottimismo, ma la certezza che Cristo è risorto e che nessuna oscurità può avere l’ultima parola.

La Chiesa in Corea è cresciuta sulla testimonianza dei martiri.

Il popolo coreano ha mostrato nella sua storia una straordinaria forza d’animo: ha attraversato persecuzioni, guerre, povertà e divisioni, sapendo rialzarsi e guardare avanti.

Illuminata dal Vangelo, questa tenacia è diventata fortezza cristiana: capacità di attraversare la prova senza perdere la speranza e senza lasciare che la sofferenza indurisca il cuore.

Custodire la memoria dei martiri significa permettere che la loro fede continui a vivere nelle nostre scelte, nel servizio, nel perdono e nel dono di noi stessi.

Penso, in particolare, al Venerabile Tommaso Choe Yang-Eop, secondo sacerdote della storia coreana, ricordato come il “martire del sudore”.

Per undici anni percorse instancabilmente le strade della Corea per raggiungere comunità cristiane lontane e nascoste, portando loro la Parola di Dio e i Sacramenti, fino a consumare la propria vita nel servizio.

La sua testimonianza ci ricorda che esiste il martirio di chi offre la vita in un momento e quello, più nascosto, di chi la dona giorno dopo giorno.

Sì, a questo sono chiamati tutti i cristiani: donare la vita con amore, ogni giorno.

Il nostro tempo ha bisogno proprio di questo: di uomini e donne che abbiano il coraggio di fare il bene anche quando costa.

Fatevi prossimi di chi è solo, sostenete chi è stanco, cercate chi si è allontanato.

Abbiate il coraggio di perdonare, di ricominciare, di dialogare.

Il bene non sempre viene riconosciuto e spesso costa fatica, ma è questo coraggio quotidiano della carità che rende credibile il nostro annuncio del Vangelo.

La forza per vivere così viene dall’amicizia con Gesù Cristo, che disse ai suoi discepoli: «Vi ho chiamato amici» (Gv15,15).

Cari sacerdoti, religiosi e religiose, custodite questa amicizia.

Alimentatela nell’Eucaristia, nell’ascolto della Parola, nella preghiera e nel silenzio davanti al Signore.

È nello stare con Lui che ritroviamo la gioia della nostra vocazione e impariamo ad amare come Lui.

E l’amicizia con Cristo ci apre alla fraternità.

Voi provenite da diocesi, istituti, congregazioni ed esperienze diverse: fate di questa diversità una risorsa per la sinodalità.

Una Chiesa sinodale è una Chiesa che cammina insieme dietro lo stesso Signore, ascoltando, accogliendo e riconoscendo nell’altro un fratello e un compagno di strada, mai un concorrente.

Questo assume un significato particolare pensando alla vostra terra.

La penisola coreana porta ancora la dolorosa ferita della divisione.

Per questo vi chiedo di essere sempre uomini e donne di riconciliazione.

La pace comincia nel cuore e nei rapporti quotidiani, quando ascoltiamo invece di giudicare, perdoniamo invece di serbare rancore, scegliamo la comunione invece della contrapposizione.

Siate uniti e siate artigiani di pace.

Continuiamo ad adoperarci e a pregare perché si aprano nuove strade di incontro e perché il Vangelo della pace possa essere annunciato liberamente in ogni parte della penisola coreana e del mondo.

La Corea, un tempo terra di missione, è diventata oggi patria di missionari.

È un frutto prezioso della fede e del sacrificio di quanti vi hanno preceduto: la memoria genera missione e la missione apre alla speranza.

La prossima Giornata Mondiale della Gioventù renderà visibile tutto questo.

Giovani provenienti da ogni parte del mondo arriveranno in una terra dove il Vangelo è cresciuto attraverso la testimonianza dei martiri.

Vorrei che fosse un grande incontro tra memoria e futuro: i martiri consegnano la fede alle nuove generazioni e i giovani la ricevono per portarla sulle strade del mondo.

Ascoltate i giovani, camminate con loro e aiutateli a scoprire che seguire Cristo non diminuisce la libertà, ma la rende piena; che la fede non restringe la vita, ma le apre un orizzonte più grande.

Preparate dunque la GMG con passione – come già fate –, custodendo nel cuore le parole: «Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

I vostri martiri lo avevano compreso: la loro speranza non dipendeva da circostanze favorevoli, ma dalla certezza che Cristo aveva già vinto.

Cari fratelli e sorelle, avete ricevuto una grande eredità.

Siate forti nella fede, generosi nella carità e perseveranti nella speranza.

Non stancatevi mai di fare il bene, anche quando costa e anche quando nessuno lo vede: nessun gesto compiuto per amore va perduto davanti a Dio.

In questo mese dedicato al Santo Rosario, affido voi e il cammino verso la Giornata Mondiale della Gioventù alla Vergine Maria Immacolata, Patrona della Corea.

Chiedo a Sant’Andrea Kim Tae-gon, a San Paolo Chong Ha-sang e a tutti i santi e beati martiri coreani di accompagnarvi e di rendervi custodi della memoria, testimoni della speranza e artigiani di pace.

A voi, alle vostre famiglie, ai vostri confratelli e consorelle e a tutto il Popolo di Dio che è in Corea imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Grazie!

Delegazione dell'Associazione Dipendenti Laici Vaticani; e dell'Associazione Donne in Vaticano (5 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
 

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di accogliervi, vi ringrazio per la vostra visita e, ancora di più, per la dedizione e lo spirito di servizio con cui svolgete il vostro lavoro quotidiano in diversi organismi della Sede Apostolica, collaborando, in questo modo, al ministero pastorale del Papa.

Dinanzi alle sfide odierne poste al mondo del lavoro, in particolare dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, è più che mai decisivo tenere desta l’attenzione sulla centralità insostituibile della persona umana e sulla dignità inalienabile del lavoro; esso, infatti, «non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita.

È un’esigenza inscritta nella condizione umana, un cammino ordinario verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione personale».

[1]

Mediante il lavoro «contribuiamo al progresso della società e alla costruzione del bene comune, mettiamo a frutto le capacità ricevute, miglioriamo e abbelliamo il mondo, sosteniamo le nostre famiglie, entriamo in relazioni di cooperazione e impariamo a costruire insieme, nell’ascolto e nel dialogo, qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo».

[2]

Cari amici e care amiche, voi appartenete a due Associazioni differenti, ma che hanno in comune l’ambiente di lavoro, cioè il Vaticano.

I miei Predecessori, nei loro insegnamenti dedicati alla natura del lavoro nella Sede Apostolica, hanno posto al centro due concetti di fondamentale valore: quello di comunità e quello di unità, che stanno molto a cuore anche a me.

In effetti, tutti coloro che, a vario titolo e con diversi compiti, sono chiamati a collaborare con il proprio lavoro al ministero del Papa costituiscono una comunità ecclesiale, partecipe, in spirito di fede e di unità, dell’unica e universale missione che il Signore Gesù ha affidato all’apostolo Pietro e ai suoi successori.

Con pari dignità, tutti contribuiscono, ciascuno nel proprio ruolo e con il proprio impegno lavorativo, alla medesima missione, manifestando tale consapevolezza e responsabilità anzitutto «nella scrupolosa fedeltà a tutti i compiti e doveri assegnati, come pure nello zelo, nella laboriosità e nella professionalità che debbono distinguere chiunque partecipa alle attività della medesima Sede Apostolica».

[3]

San Giovanni Paolo II ha riconosciuto che – cito – «per promuovere tale spirito […] potranno svolgere un compito valido di collaborazione Associazioni di prestatori d’opera, come l’Associazione Dipendenti Laici Vaticani», precisando che «non risponde alla dottrina sociale della Chiesa lo slittamento di questo tipo di organizzazioni sul terreno della conflittualità o della lotta».

[4]

La via del dialogo, dunque, rimane la strada maestra sulla quale anche io vi esorto a camminare sempre, con fiducia e creatività, nella comune ricerca di soluzioni adeguate ai problemi che insieme dobbiamo affrontare e nell’edificazione quotidiana della nostra comunità di lavoro.

Rilanciare il dialogo, a tutti i livelli, è infatti ciò che, nella mia prima Enciclica, ho voluto proporre alla Chiesa intera e a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, quale «parte integrante della vocazione della Chiesa» [5], «strumento principale della convivenza tra le persone» [6] e «via ordinaria per affrontare i conflitti».

[7] In particolare, l’Associazione Dipendenti Laici Vaticani viene definita, nel vigente “Quadro normativo” che la riguarda, «una struttura di dialogo dei suoi associati con l’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica».

[8]

Da parte sua, l’Associazione Donne in Vaticano può contribuire a far crescere nei nostri ambienti lo stile di collaborazione, di ascolto reciproco, di attenzione alle situazioni di difficoltà.

La presenza delle donne costituisce una ricchezza che va riconosciuta e valorizzata sempre più.

Esse apportano, oltre a una particolare sensibilità verso le persone e le relazioni, anche l’insieme dei talenti umani, professionali e intellettuali propri dell’esperienza e del pensiero femminile.

La loro competenza, capacità di discernimento, creatività e concretezza incrementano la vita delle istituzioni e contribuiscono ad acquisire uno sguardo più ampio sulla realtà e sui problemi che si incontrano.

Percorrendo insieme questo cammino, ci impegneremo a costruire sempre di più una comunità di lavoro dove le persone non vengano usate e scavalcate, dove ci si aiuti a vicenda, si riconosca a ciascuno il proprio valore e la propria competenza, evitando di generare insoddisfazioni e rancori.

[9]

Con questi sentimenti di apprezzamento e di fiducia benedico di cuore voi, i vostri cari e il vostro lavoro.

Grazie.

___________________________________________
 

[1] Lett.

enc.

Magnifica humanitas (15 maggio 2026), 149.

[2] Ibid., 148.

[3] S.

Giovanni Paolo II, Lettera circa il significato del lavoro prestato alla Sede Apostolica (20 novembre 1982): AAS 75 (1983), p.

121.

[4] Ibid., p.

123.

[5] Lett.

enc.

Magnifica humanitas, 2.

[6] Ibid., 219.

[7] Ibid., 221.

[8] “Quadro normativo dei rapporti tra Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica (ULSA) e Associazione Dipendenti Laici Vaticani (ADLV)”, approvato con Provvedimento del Segretario di Stato (N.

343.814/A, del 16 aprile 1994).

[9] Cfr Discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi (22 dicembre 2025).

Incontro con i Capi delle Chiese Orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali, in occasione del decimo anniversario di “Amoris laetitia” (7 Ott 2026)
Visita il link

Miei cari fratelli nell’Episcopato,
care famiglie,
cari fratelli e sorelle,

ho desiderato convocare questo incontro a dieci anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, e vi ringrazio per aver riorganizzato i vostri impegni in modo da poter trascorrere questi giorni insieme.

Ringrazio di cuore le coppie sposate e tutti coloro che sono venuti a condividere qualcosa della loro vita in Cristo e che prenderanno parte alle nostre conversazioni, così come gli esperti e i facilitatori.

Permettetemi di iniziare ricordando il lungo e fecondo cammino sinodale e missionario che la Chiesa ha compiuto in relazione al matrimonio e alla famiglia, un cammino che siamo chiamati a proseguire.

La famiglia ha sempre occupato un posto importante nella preoccupazione pastorale del Successore di Pietro e dei Vescovi che lo assistono attraverso la loro partecipazione al Sinodo dei Vescovi.

Il Sinodo del 1980 riprese un desiderio già espresso da Papa Giovanni Paolo I durante il suo breve pontificato, che portò infine all’Esortazione apostolica Familiaris consortio di San Giovanni Paolo II.

All’inizio del proprio pontificato, Papa Francesco ha posto nuovamente la famiglia al centro di un processo sinodale, riconoscendo la necessità di proseguire il discernimento della Chiesa di fronte ai profondi cambiamenti che interessano un ambito così strettamente legato alla sua missione nel mondo di oggi.

Quel percorso ha portato, dieci anni fa, all’Esortazione apostolica Amoris laetitia.

A questo proposito, la Chiesa ha proseguito lungo il cammino indicato dal Concilio Vaticano II.

Quando i Padri conciliari posero la dignità del matrimonio e della famiglia all’inizio della seconda parte della Gaudium et spes, riconobbero che la vita familiare offre un punto di accesso privilegiato alle grandi questioni culturali, economiche, sociali e politiche del nostro tempo, compresa l’opera di promozione della pace tra i popoli.

L’interdipendenza di queste questioni è diventata oggi ancora più evidente, sempre alla luce della Parola di Dio: «Li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie» (Mc 10,6-7).

La famiglia rimane fondamentale per un approccio che coniughi il locale e il globale, guidato dalla ricerca di una fraternità universale in Cristo che il Vangelo ci chiama a costruire con tutti.

Questa storia di oltre mezzo secolo attribuisce al nostro incontro una responsabilità particolare come Pastori, mentre la vocazione sinodale di tutta la Chiesa continua a dispiegarsi.

All’interno di questa storia, Amoris laetitia ha segnato una tappa importante e i dieci anni trascorsi dalla sua pubblicazione sono entrati a far parte della vita delle nostre Chiese particolari.

In questo periodo, l’Esortazione Apostolica è stata accolta in diverse culture e contesti pastorali, ha accompagnato la vita concreta delle famiglie e ha ispirato iniziative e percorsi.

Sono questi i dieci anni che ora portiamo insieme davanti al Signore Gesù.

Con la guida dello Spirito Santo, guardare con attenzione a ciò che è accaduto può aiutarci a riconoscere più profondamente ciò che Cristo ha insegnato alla sua Chiesa in questi anni.

Gli Atti degli Apostoli ci offrono una bella immagine di ciò che stiamo per fare.

Al termine del loro viaggio missionario, Paolo e Barnaba «riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro» (At 14,27).

In seguito, mentre si recavano a Gerusalemme, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando ciò che era accaduto durante la missione e il loro racconto portò grande gioia ai fratelli e alle sorelle.

Quando raggiunsero Gerusalemme, furono accolti dalla Chiesa, dagli Apostoli e dagli anziani, e ancora una volta «riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro» (At 15,4).

C’è qualcosa di questo movimento nel nostro stesso incontro.

Come ho detto, la Chiesa ha trascorso questi dieci anni accogliendo Amoris laetitia e camminando con famiglie in circostanze molto diverse.

Anche noi portiamo con noi storie di ciò che Dio ha fatto in mezzo a noi.

Sono storie raccolte lungo il cammino della missione: storie di conversione, di frutti inaspettati e delle relazioni che Dio ha intessuto all’interno delle famiglie mentre le nostre comunità cercavano di accompagnarle, insieme alle difficoltà che abbiamo affrontato, alle domande che sono emerse e a ciò che abbiamo imparato lungo il percorso.

Ci danno fiducia mentre iniziamo il nostro lavoro insieme.

Presentiamole al Signore e condividiamole tra di noi, cercando di riconoscere ciò che Dio ha operato in mezzo a noi e dove il suo Spirito sta guidando la Chiesa oggi.

Nel mio messaggio del 19 marzo, in occasione del decimo anniversario di Amoris laetitia, ho ricordato che «vi sono, infatti, luoghi e circostanze in cui la Chiesa «non può diventare sale della terra» se non per mezzo dei fedeli laici e, in particolar modo, delle famiglie».

In effetti, Amoris laetitia ci invita a prendere sul serio questa vocazione e questa responsabilità.

Le famiglie stesse partecipano alla missione della Chiesa nel tessuto quotidiano della loro vita, attraverso l’amore e la fedeltà, la cura e il perdono, l’educazione dei figli, l’impegno nella trasmissione della fede, l’attenzione agli anziani e alle persone vulnerabili, e i molti modi in cui servono le loro comunità e la società.

In tutti questi modi, le famiglie rendono testimonianza al Vangelo e contribuiscono alla vita e alla missione della Chiesa.

Come pastori, abbiamo ricevuto la responsabilità, a tempo opportuno e inopportuno, di proclamare la bellezza del piano di Dio per il matrimonio e la famiglia e la sua chiamata all’amore e alla tenerezza.

Questo ci sfida ad accompagnare le persone nel loro cammino verso la realizzazione della propria vocazione nelle circostanze concrete della loro vita.

Questo ministero ci pone anche in una scuola di ascolto.

La sapienza del Popolo di Dio ci raggiunge attraverso la nostra fede comune, che illumina tutte le famiglie, comprese quelle segnate da difficoltà, solitudine e talvolta persino da apparenti fallimenti.

Il Signore stesso ci insegna con pazienza, quando ci prendiamo il tempo di ascoltare, e abbiamo certamente molto da imparare dalle famiglie.

Le loro vite ci pongono anche delle domande che meritano di essere affrontate con coraggio.

In molti contesti è emersa una crescente distanza tra il modo in cui vengono vissuti il sesso e l’intimità e la visione cristiana del matrimonio.

I giovani continuano ad anelare all’amore, alla fedeltà e al senso di appartenenza, eppure molti trovano difficile comprendere come una tale visione dell’amore possa concretizzarsi nella propria vita o credere che un impegno per tutta la vita sia la condizione per raggiungere ciò che desiderano.

L’insicurezza economica, la migrazione, la violenza, la solitudine e altre forme di fragilità emotiva influenzano anch’esse le scelte che le persone compiono e le possibilità che riescono a immaginare per il proprio futuro.

Queste realtà sollevano una serie di domande che dobbiamo affrontare con coraggio.

Cosa cercano veramente le persone all’interno di questi cambiamenti culturali? Cosa ci rivelano le loro gioie e speranze, i loro dolori e le loro angosce? In quali ambiti il nostro linguaggio e le nostre pratiche pastorali riescono ad aprire una strada, e in quali non riescono a toccare il cuore delle persone o a sostenere i loro sforzi nel fare il bene? Cosa ci insegna l’esperienza vissuta delle famiglie — un’esperienza dalla quale non abbiamo ancora imparato appieno? Cosa possiamo offrire come formazione per una vita familiare salutare e santa? In particolare, cosa possiamo imparare dai genitori che cercano di accompagnare i propri figli e i giovani in tali contesti?

La fragilità merita un’attenzione particolare, poiché può plasmare profondamente il modo in cui le persone vedono sé stesse, il proprio futuro e persino il proprio rapporto con Dio e con la Chiesa.

L’esperienza della fragilità solleva la domanda se siamo in grado di rimanere vicini gli uni agli altri quando la vita non corrisponde più a ciò che si era sperato, e se riusciamo a riconoscere l’opera della grazia anche in situazioni segnate da limiti, ferite e apparenti fallimenti.

Anche sotto questo aspetto, l’esperienza delle famiglie ha qualcosa da insegnare a tutti, poiché la fragilità appartiene alla nostra comune condizione umana e quindi anche alla vita della Chiesa.

Conosciamo tutti il divario tra il bene che desideriamo e ciò che siamo in grado di vivere.

Abbiamo bisogno di grazia, perdono e nuovi inizi per compiere la volontà di Dio, e impariamo che la fedeltà è essa stessa una grazia da ricevere e un cammino da rinnovare gradualmente, spesso attraverso la prova.

Il riconoscimento di questa sfida condivisa dovrebbe plasmare il modo in cui ci accompagniamo a vicenda nella Chiesa.

Che tipo di Chiesa, allora, incontrano le persone proprio quando sono più fragili? Le nostre comunità le aiutano a scoprire che hanno ancora un posto, una responsabilità e doni da offrire? La verità che proclamiamo può essere incontrata attraverso la pazienza, la vicinanza e la misericordia della nostra presenza pastorale? Come possiamo annunciare loro la pienezza dell’insegnamento del Vangelo sulla famiglia?

In questi giorni, vi invito a dare a tali domande tutto il loro peso.

Lo Spirito Santo spesso parla proprio attraverso le situazioni che ci mettono alla prova e ci illumina affinché possiamo scoprire come la misericordia di Dio e la grazia salvifica di Cristo possano raggiungere le nostre famiglie oggi, in particolare nella loro debolezza e nella loro resilienza, nelle loro speranze e nelle loro delusioni, nel loro desiderio di comunione e nella loro ricerca di senso.

Il nostro compito, quindi, non è solo quello di interpretare queste realtà, ma di lasciare che esse ci interpellino e stimolino la nostra responsabilità pastorale, affinché la Chiesa possa trovare modi rinnovati di annunciare il Vangelo, offrire le grazie sacramentali, accompagnare le famiglie e rendere visibile la tenerezza con cui Cristo continua a camminare in mezzo al suo popolo.

Voglia il nostro dialogo reciproco essere improntato alla libertà evangelica che vediamo negli Atti degli Apostoli.

Possiamo condividere ciò che ha portato gioia nelle nostre Chiese, ciò che ci ha messo alla prova e quali domande sono emerse con maggiore chiarezza attraverso l’esperienza.

Inoltre, la diversità delle situazioni da cui proveniamo può diventare un dono per il discernimento di tutta la Chiesa.

Il quadro tematico preparato per questo incontro ha lo scopo di tenere presente l’ampiezza di Amoris laetitia e di mettere in dialogo l’Esortazione Apostolica con ciò che le nostre Chiese hanno vissuto negli ultimi dieci anni.

Traiamo ispirazione dalla ricchezza della parola di Cristo e dalla tradizione della Chiesa.

Il programma è stato reso pubblico affinché il Popolo di Dio possa accompagnare il nostro lavoro attraverso la preghiera e la riflessione sinodale.

Da parte nostra, ascoltarci a vicenda, lasciare che ciò che sentiamo risuoni dentro di noi e rimanere attenti ai suggerimenti dello Spirito Santo può risvegliare la creatività pastorale di cui abbiamo bisogno di fronte alle nuove domande.

Ecco perché il nostro ritiro comune di questa sera e la preghiera con cui inizieremo ogni giornata sono al centro del nostro lavoro.

Chiedo al Signore di aiutarci a raccogliere i frutti che Amoris laetitia ha portato nelle nostre Chiese locali, affinché possano nutrire l’intera Chiesa.

Spero che, attraverso le numerose testimonianze che portate dalle vostre Chiese e da diversi contesti culturali, possa gradualmente prendere forma una narrazione condivisa di questi dieci anni, caratterizzata da gioia e speranza, e che ci renda capaci di affrontare con onestà le prove e le difficoltà che ancora permangono.

Ciò alimenterà il discernimento pastorale delle Conferenze Episcopali e delle strutture gerarchiche delle Chiese orientali.

Aiuterà inoltre le Chiese locali a riconoscere nuovi percorsi e a coinvolgere più profondamente tutti i battezzati nel cammino sinodale della Chiesa.

Chiedo inoltre che tutti noi preserviamo la discrezione e la riservatezza che questo tempo di ascolto e di discernimento richiede.

Ci doni il Signore la libertà di ascoltarci a vicenda, la saggezza di riconoscere la sua opera in mezzo al suo popolo e il coraggio di seguire la strada che Egli ci indica, affinché, ogni giorno, il Vangelo possa diventare sempre più pienamente una buona notizia per le famiglie di tutto il mondo.

Grazie.

Angelus, 4 Ott 2026
Visita il link

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La parabola evangelica che viene proclamata nella Liturgia di questa domenica parla della vita di Gesù e illumina il senso della sua missione (cfr Mt 21,33-43).

Egli è il Figlio di Dio inviato nel mondo, che però viene rifiutato proprio da quanti avrebbero dovuto accoglierlo a braccia aperte.

Chi è venuto per portare la salvezza, riceve una condanna; chi vuole donare la vita, viene messo a morte.

Mentre ci fa riflettere sulle tante crudeltà che rovinano il mondo e la storia dei popoli, l’insegnamento di Cristo rivela la sempre più grande misericordia del Padre suo.

Quel violento rifiuto, infatti, non spezza la volontà di Dio, che nella sua infinita giustizia trasforma il male in riscatto: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo» (Mt 21,42; cfr Sal 118,22).

Gesù stesso ricorda queste parole del salmo, che celebra l’opera meravigliosa fatta dal Signore: proprio lo scarto diventa il fondamento che sostiene tutto.

Ecco in che modo l’Onnipotente guida la storia, soccorrendoci in tutte le nostre cadute: Dio non butta mai via la nostra vita!

Secondo l’immagine usata nella parabola, la vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte.

A questo riguardo, proprio oggi, nell’ottavo centenario della morte, desidero ricordare un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore: San Francesco d’Assisi, al quale Gesù stesso chiese di riparare la sua Chiesa.

Ispirato dal Crocifisso, Francesco edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo, condividendone la povertà, la letizia e le sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate.

Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti, fu esempio per i primi frati che condivisero la sua ascesi come autentica condizione per la riforma della Chiesa.

San Francesco l’ha riparata in virtù della fede nel Signore Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno.

Carissimi, il carisma di san Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel Popolo di Dio.

Mentre dunque celebriamo l’anno giubilare francescano, chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli.

In quest’opera ci accompagni sempre l’intercessione di Maria Santissima nostra Madre, alla quale ora ci rivolgiamo, spiritualmente uniti ai fedeli radunati presso il Santuario di Pompei per elevare la Supplica alla Vergine del santo Rosario.

_____________________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, a Lourdes, ho invitato a pregare il Rosario, durante questo mese di ottobre, con la speciale intenzione che cessino le guerre e si costruisca la pace.

Fra i primi a farlo sono stati i bambini, e lo stanno facendo: dal 1° al 7 ottobre la Fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” promuove l’iniziativa “Un milione di bambini recita il Santo Rosario”, per la pace e l’unità nel mondo.

Ringrazio di cuore tutti i bambini e le bambine che, in tante parti del mondo, si uniscono a questa preghiera; e seguiamo tutti il loro esempio, invocando l’intercessione della Vergine Maria perché i popoli siano liberati dal flagello della guerra.

In particolare, preghiamo per la Terra Santa e per le vittime innocenti della violenza.

Nei prossimi giorni, in occasione del decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, avrà luogo in Vaticano un incontro a cui ho convocato i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo.

Sarà un momento di discernimento sinodale, per individuare i passi da compiere per annunciare oggi il Vangelo con le famiglie e le giovani generazioni.

Affido alla vostra preghiera questo impegno e soprattutto le famiglie, che, con l’aiuto di Dio, sono segno di speranza e ricchezza inestimabile per la Chiesa e per la società.

Sono lieto per le molteplici iniziative che celebrano l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi.

Ricordo, in particolare, quelle che hanno avuto luogo ad Assisi, con la presenza delle massime Autorità dello Stato Italiano.

E saluto anche i Radioamatori di Assisi e Foligno che diffondono il messaggio di pace di San Francesco.

Rivolgo ora il mio saluto a tutti voi, che siete presenti oggi in Piazza San Pietro!

Do il benvenuto ai partecipanti alla International Week of Sacred Music, organizzata dal Pontificio Istituto di Musica Sacra; come pure ai fedeli di Puente Alto in Santiago del Cile; agli insegnanti e agli studenti del Gymnasium Sankt Bonaventura di Dillingen, in Germania.

Saluto i cresimandi di Pinerolo; i fedeli di Fasana Polesine; i ragazzi della Val Brembana che hanno camminato sulla Via Francigena da Viterbo a Roma; l’Associazione FIABA, che promuove campagne per migliorare l’accessibilità dei luoghi pubblici; il gruppo “Mamme che regalano un sorriso”, di Taranto; e l’associazione “Studenti con le Stellette”, di Lurago d’Erba.

Benedico di cuore i fedeli che oggi, da questa Piazza, si recheranno in pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Rivelazione sulla Via Laurentina, proseguendo la tradizione avviata dal Papa Pio XII.

A tutti auguro una buona domenica.

Santa Messa per il Corpo della Gendarmeria (3 Ott 2026)
Visita il link

Cari fratelli e sorelle,

sono molto contento di celebrare per voi e con voi l’Eucaristia, in occasione dalla festa del vostro Patrono San Michele Arcangelo.

Poco fa quindici di voi hanno pronunciato il loro giuramento.

Questo è il momento della preghiera.

In particolare, ora soffermiamoci brevemente a riflettere sulla Parola di Dio che abbiamo ascoltato: essa ci aiuta a comprendere che cosa significa servire, custodire e proteggere.

Il profeta Isaia (5,1-7) ci ha parlato della vigna amata e curata con tanta attenzione.

È simbolo dell’amore di Dio per il suo popolo.

Dio ha fatto di tutto per la sua vigna e attende da essa frutti buoni.

E il Signore chiama tutti i suoi figli a lavorare nella sua vigna, così che noi siamo nello stesso tempo vigna e operai.

Per voi, Gendarmi, questo servizio è un modo di essere operai nella vigna del Signore.

Alla vostra cura sono affidati luoghi, ingressi, edifici, ma soprattutto persone.

Un  tratto che appare nell’incontravi è proprio la cura: è bello vedere come guardate l’altro non come un problema da risolvere, ma come una persona da rispettare e custodire.

Nel Vangelo (Mt 21,33-43), la parabola di Gesù ci ha mostrato un esempio negativo: i vignaioli che, nel tempo, hanno dimenticato che la vigna non appartiene a loro, ma è stata loro affidata perché se ne prendano cura.

È un richiamo prezioso per chi vive un servizio: ciò che riceviamo è una responsabilità da custodire con umiltà e dedizione, da vivere con discrezione e senso del dovere.

Sapete bene che l’autorità, alla luce del Vangelo, si esprime anzitutto nella capacità di custodire, ascoltare e accompagnare, con equilibrio, fermezza e rispetto.

E poi Gesù racconta che il padrone della vigna manda il proprio figlio.

Al centro della parabola c’è questo figlio, che rappresenta il Cristo.

E al centro della vostra vita e del vostro servizio deve esserci Lui: Gesù Cristo.

Prima ancora di essere gendarmi, siete uomini chiamati a seguirlo.

Da Lui impariamo la forza che sa farsi mitezza, la vigilanza che nasce dalla fiducia, l’autorevolezza che cammina insieme all’umiltà e il coraggio di intervenire con cuore misericordioso.

Nella seconda Lettura San Paolo ci ha detto: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste» (Fil 4,6).

Anche questa è una parola molto appropriata per il vostro servizio.

Ci saranno giornate tranquille e giornate difficili; momenti in cui sarà necessario decidere rapidamente; situazioni che porteranno stanchezza e preoccupazione.

Il gendarme non porta tutto da solo: prega, sa affidarsi, sa ritrovare in Dio quella pace che gli permette di agire con lucidità e con cuore sereno.

E l’Apostolo aggiunge: “Quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (cfr Fil 4,8).

Ecco un altro tratto del vostro “identikit”: un cuore e una mente educati al bene.

Prima di ogni gesto esterno c’è uno sguardo interiore.

Chi custodisce gli altri deve custodire prima dentro di sé la verità, la giustizia, la bontà e il rispetto.

Custodire gli altri chiede un cuore custodito dal Signore.

Il vostro lavoro vi chiede certamente di essere vigili, ma la Parola di oggi vi invita a qualcosa di ancora più profondo: a vegliare con cura anche su voi stessi.

A custodire il cuore, perché non si indurisca ma sia sempre docile a Dio e attento agli altri; a custodire la coscienza, perché continui a guidarvi con rettitudine; a custodire la fraternità tra voi, perché ciascuno possa sentirsi accolto, sostenuto e mai solo.

Perché un gruppo diventa davvero “comunità” quando i suoi membri si prendono cura gli uni degli altri e imparano a camminare insieme, sostenendosi con semplicità e amore.

Concludo anche quest’anno con un pensiero di affetto e di gratitudine per le vostre famiglie.

Ai genitori, alle mogli, ai figli, alle fidanzate: grazie! Voi conoscete i sacrifici, le assenze, gli orari, le preoccupazioni e anche il peso di un servizio che non sempre si vede.

A chi serve da tanti anni e ai quindici che oggi hanno giurato, dico: non dimenticate mai per chi e per che cosa avete scelto di servire.

Siate uomini affidabili, discreti, leali.

Lasciate che sia Gesù ad ispirare il vostro servizio.

Il vostro distintivo più bello sia un cuore che sa custodire.

Affidiamo tutto questo alla Madonna.

Maria, donna della cura e della fiducia, accompagni le vostre famiglie e ciascuno di voi.

E a San Michele Arcangelo chiediamo di starvi accanto nella vigilanza e nella lotta contro ogni male.

Che vi protegga nel vostro servizio e vi aiuti a rimanere fedeli, perché il Signore Gesù sia sempre al centro della vostra vita, del vostro servizio e del vostro cuore.

Comunità del Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria in Campo Santo, nel 150° anniversario di fondazione (3 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Eccellenze,
Reverendo Mons.

Rettore,
cari sacerdoti del Collegio,
cari membri dell’Arciconfraternita,
care sorelle e cari fratelli,

sono lieto di incontrarvi in occasione del 150° anniversario della fondazione del vostro Collegio e vi do un caloroso benvenuto.

Le origini del Campo Santo come punto di riferimento privilegiato per i pellegrini diretti a Roma provenienti dal territorio del Sacro Romano Impero risalgono all’VIII secolo.

Nel XIX secolo questo luogo assunse particolare importanza per i sacerdoti dei rispettivi Paesi, quando l’attività del clero era stata notevolmente ostacolata, se non resa del tutto impossibile, a causa delle misure di politica ecclesiastica del Kulturkampf nell’Impero tedesco.

Divenne così, grazie all’accoglienza dell’Arciconfraternita del Campo Santo Teutonico, un luogo di rifugio e di studio per i sacerdoti provenienti dall’area di lingua tedesca, trasformandosi poi sempre più in un importante centro per l’archeologia cristiana, la storia della Chiesa e la ricerca sulle origini cristiane.

Tutti voi potete guardare con gratitudine ai ricchi frutti di questa storia.

Anche oggi il Collegio sacerdotale vuole essere un luogo sicuro di formazione, in cui i chierici che qui vivono possano approfondire il proprio cammino intellettuale e spirituale, per poter poi rispondere alle domande delle persone nella loro patria di fronte alle grandi sfide del nostro tempo e rendere conto della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3,15).

Una caratteristica peculiare del vostro Collegio è la vicinanza unica alla tomba di san Pietro Apostolo, che nella storia di questa Istituzione, sin dai suoi inizi, è andata di pari passo con una fedele adesione al Romano Pontefice.

Ciò traspare dal titolo di «Pontificio Collegio», che Papa Benedetto XVI le ha conferito nel 2010.

A tale onore è legato anche un impegno: custodire questa vicinanza e questa unità con il Successore di Pietro e con la Fede degli Apostoli che egli proclama.

Questa unica Fede in Cristo è il principio dell’unità tra i fedeli, per la quale il Signore ha pregato per suoi discepoli, poiché essa costituisce un elemento essenziale per la credibilità della nostra testimonianza (cfr Gv 17,20-21).

Fate vostra questa supplica accorata di Gesù, chiedete questo dono, affinché la comunità del vostro Collegio sia un luogo in cui tale unità possa essere concretamente praticata e resa visibile.

A tal fine chiedo per voi l’aiuto dello Spirito Santo.

Affido voi e il vostro Collegio, insieme all’Arciconfraternita e alla Società di Görres a Roma alla vostra patrona Santa Maria della Pietà e vi benedico tutti di cuore.

Grazie.

Artisti partecipanti all'Incontro promosso dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione (2 Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

Buongiorno a tutti e benvenuti!

Eminenza, Eccellenze, cari fratelli e sorelle, 

La prima parola che desidero dirvi è “grazie”.

Grazie per la collaborazione che negli ultimi anni avete dato alla Santa Sede, in particolare per l’allestimento del Padiglione della Biennale di Venezia e per i progetti di arte contemporanea promossi dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione.

Grazie per la fiducia con cui avete accettato di camminare accanto alla Chiesa, anche per vie nuove.

Penso, ad esempio, al Padiglione allestito nella Casa di reclusione femminile dell’isola della Giudecca, visitato da Papa Francesco.

Chi lo ha attraversato sa che non si trattava di portare l’arte in carcere, ma di lasciare che il carcere, con la sua verità spesso rimossa, insegnasse qualcosa all’arte e a tutti noi.

Perché «la persona umana è “degna” per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità» (Incontro presso l’Accueil Notre-Dame, Lourdes, 27 settembre 2026), ed è sempre più grande della sua fragilità o dei suoi errori.

Mi ha colpito anche il motto, ispirato a Santa Ildegarda di Bingen, del Padiglione veneziano di quest’anno: «The Ear is the Eye of the Soul».

In effetti, l’arte, come un’antenna, intercetta le grandi domande del cuore umano – a volte simili a un grido, più spesso a un sussurro – e le rende udibili, visibili, condivisibili.

Sant’Agostino ci ha lasciato una testimonianza immortale dell’inquietudine del cuore umano in cerca della verità.

L’arte, quando è autentica, è animata da questa inquietudine.

Perciò la Chiesa non ha mai considerato l’arte un accessorio.

Per la Chiesa l’arte è un fondamentale luogo di ascolto, dove lasciarsi istruire sulle aspirazioni e sulle ferite dell’umanità, sulla sua sete di bellezza, di giustizia e di pace, sulla sua ricerca di senso.

Viviamo nell’epoca dei motori di ricerca, che in un secondo ci offrono migliaia di risposte.

Ma essi, per quanto potenti, restituiscono ciò che già esiste, e tendono a darci ciò che già vogliamo.

Nell’età della tecnica e del consumo il grande pericolo non è più soltanto la censura, ma l’appiattimento; non solo il silenzio imposto, ma il rumore che rende impossibile ascoltare.

L’arte è un altro genere di “motore di ricerca”.

Non procede per indicizzazione, ma per interrogazione.

La sua domanda è un’attenzione tesa, che non si accontenta della mera somma dei fatti, perché non smette di scavare più in profondità, cercando la trama che li unisce.

La vostra arte, quando resiste all’appiattimento, quando rallenta lo sguardo, quando costringe a sostare davanti a ciò che non si lascia consumare, è una forma di rigenerazione culturale e spirituale.

Papa San Paolo VI pronunciò parole che restano, per il rapporto della Chiesa con gli artisti, una pietra miliare: «Noi abbiamo bisogno di voi – disse –.

Il nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione.

Perché, come sapete, il nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio.

E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili, voi siete maestri» (Omelia nella Messa con gli artisti, 7 maggio 1964).

Anch’io oggi vi dico: la Chiesa ha bisogno di voi.

In modo particolare in quest’era dell’intelligenza artificiale, nel quale diventa urgente distinguere l’arte umana da ciò che viene prodotto dalle macchine.

C’è una differenza ontologica, prima ancora che estetica, tra l’arte e ciò che una macchina può generare per calcolo statistico a partire da milioni di immagini altrui.

Agli algoritmi manca la scintilla dell’umano.

«La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla» (Enc.

Magnifica humanitas, 122).

Per tutto questo la Chiesa desidera rinnovare con gli artisti e con le istituzioni culturali un’alleanza: un’alleanza per custodire l’umano.

Come ho avuto occasione di dire nella mia recente visita all’UNESCO: «Promuovere l’educazione, le scienze e la cultura è impossibile senza promuovere la vita dell’uomo e della donna, che ne sono protagonisti» (Discorso all’UNESCO, Parigi, 25 settembre 2026).

Cari artisti, cari curatori, sappiate che la Chiesa vi guarda con stima, con gratitudine e con speranza, che ha bisogno di voi, e che desidera camminare con voi, perché insieme possiamo custodire la magnifica umanità che ci è stata affidata.

Che Dio benedica tutti voi e il vostro lavoro! Grazie.

Rosario con i bambini (1° Ott 2026)
Visita il link

Buonasera a tutti! Buonasera e benvenuti!

Ringrazio Sua Eminenza il Cardinale Koch per il suo saluto, la Fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”, per aver promosso questa iniziativa e per il grande lavoro che svolge.

Ringrazio tutti i presenti per essere qui, specialmente voi, bambini, insieme ai vostri genitori e altri familiari, ai sacerdoti e a quanti vi accompagnano.

Sono davvero felice di stare con voi! E voi, ragazzi, ditemi: siete contenti? Siete contenti di essere qui? [Sì!].

Mi fa piacere.

Soprattutto perché questa sera ci siamo radunati per stare insieme alle due persone che ci amano più di chiunque altro.

Sapete chi sono? [rispondono: Gesù] Gesù e chi altro? [Maria] E Maria.

Il Signore Gesù e la sua mamma Maria, che non ci lasciano mai soli e che sono sempre vicino a noi.

Anche noi li amiamo, vero? [Sì!] Vogliamo dirlo? Proviamo.

Ripetiamo insieme: TI VOGLIO BENE, GESÙ [ripetono].

TI VOGLIO BENE, MARIA [ripetono].

Sì, vi vogliamo bene, Gesù e Maria, e stasera vi chiediamo un dono speciale: la pace per tutti i bambini del mondo, specialmente per quelli che vivono dove c’è la guerra, in tanti Paesi della terra.

Lo facciamo con la preghiera del Santo Rosario, che è una preghiera semplice, che tutti possono recitare.

Già abbiamo fatto il gesto di offrire dei fiori, segno d’amore.

Tra poco accenderemo dei lumi, e penseremo a Gesù in alcuni momenti importanti della sua vita, in cui ha portato luce e pace a tante persone: quando è stato battezzato al fiume Giordano, quando ha trasformato l’acqua in vino alle nozze di Cana, quando ha annunciato il suo Regno, quando ha mostrato la sua gloria sul monte Tabor e quando, nel Cenacolo, durante l’ultima Cena, ci ha lasciato l’Eucaristia.

Sono momenti in cui ci ha fatto dei doni meravigliosi, da non dimenticare, e per questo vogliamo dirgli grazie.

Facciamo anche questo insieme, ancora una volta.

Diciamolo tutti: GRAZIE GESÙ! [ripetono].

E chiediamogli con fiducia, tutti uniti: DONACI LA PACE! [ripetono]

E voglio dirvi ancora un’ultima cosa: stasera e in questi giorni non siamo soli a pregare.

In tutto il mondo, un milione di bambini pregano con noi.

Un milione! Pensate: cinquanta milioni di “Ave Maria” che salgono in Cielo da tutte le parti e in tutte le lingue della terra chiedendo la pace, e che si uniscono come in un’unica, grandissima corona del Rosario, per abbracciare e stringere tra loro tutti i continenti, le razze, le nazioni del pianeta.

Ecco, cari bambini, noi oggi preghiamo con tutti questi amici.

E, facendolo, ci impegniamo anche a essere buoni e a comportarci bene – a casa, a scuola, al catechismo, con i genitori, con tutti, anche quando giochiamo e quando facciamo sport –, perché le preghiere devono sempre accompagnarsi con le opere buone, con i gesti d’amore.

E così cresce la pace!

Grazie di nuovo a tutti di essere qui.

E adesso preghiamo.

Videomessaggio "Prega con il Papa" - Ott 2026: Per la pastorale della salute mentale
Visita il link

OTTOBRE: Per la pastorale della salute mentale

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Amen.

Dio della vita,
Tu conosci l’intimo del nostro cuore,
le luci e le ombre che ci abitano,
le ferite silenziose che a volte nessuno vede.

Oggi Ti presentiamo i nostri fratelli e sorelle
che affrontano sfide nella loro salute mentale,
che soffrono in solitudine per l’ansia,
la depressione o qualsiasi altra malattia mentale.
Tu li chiami per nome, con tenerezza,
e in Te trovano dignità e speranza.

Perdonaci per le volte in cui abbiamo distolto lo sguardo,
alimentando lo stigma e la discriminazione verso le persone con malattie mentali.
Fa’ che la tua Chiesa sia una casa aperta,
uno spazio sicuro dove tutti abbiano un posto,
una comunità che accompagna e non esclude,
che ascolta senza giudicare e si avvicina senza paura.

Ti preghiamo, Signore, per coloro che si prendono cura:
professionisti, familiari, volontari,
uomini e donne che con pazienza e amore
costruiscono ponti di comprensione e consolazione.
Dona loro forza e compassione per sostenere.

Manda il tuo Spirito su di noi,
perché impariamo ad accogliere e integrare la cura della salute mentale
nella vita e nella missione delle nostre comunità e di tutta la Chiesa,
e così diventiamo un segno vivo della tua misericordia,
che non abbandona mai e sempre ristora.

Amen.

_____________

Rete Mondiale di Preghiera del Papa

Delegazione del "Gruppo Hera" (1° Ott 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
 

Buongiorno a tutti e benvenuti!

Sono  lieto di accogliervi, come delegazione del Gruppo Hera, per un momento di saluto, che ci dà l’occasione di sottolineare nuovamente l’importanza della nostra responsabilità nella tutela del creato.

Fin dalle prime pagine della Bibbia, la salvaguardia del nostro mondo appare tra i comandamenti che Dio ha voluto rivolgere all’uomo.

Si tratta, quindi, di un compito originario, che oggi trova espressione anche nella vostra opera.

Vi sono riconoscente del lavoro che svolgete cercando di contribuire alla cura della Casa comune e vi incoraggio a proseguire in questo impegno.

La sfida ecologica nel nostro tempo, infatti, è quanto mai urgente: da una parte assistiamo a un consumo incontrollato di risorse, dall’altra diventa sempre più problematica la gestione e lo smaltimento di enormi quantità di rifiuti.

Per non considerare ogni oggetto usato come se fosse un mero scarto, occorre cambiare le nostre condotte, impegnandoci a percorrere un’altra strada.

Si tratta, in sostanza, di superare il modello consumistico e di andare verso un sistema produttivo in grado di preservare i beni limitati del nostro pianeta.

Memori del comandamento di Dio, come cristiani non possiamo rassegnarci ad accettare la cultura dello scarto, essendo piuttosto chiamati a fare un uso sapiente della creazione.

La vostra attività nel campo del riciclo dimostra che è possibile impegnarsi in questa direzione.

Il lavoro che svolgete, infatti, anche in Vaticano, testimonia che alla cultura dello scarto si può opporre con profitto la cultura della cura.

Essa non si limita semplicemente agli oggetti e ai prodotti, ma si estende da questi al lavoro umano e dal lavoro alle persone.

Siamo noi, infatti, che abitiamo il mondo e che, con le nostre decisioni e i nostri comportamenti, lo viviamo come un dono di Dio.

Come ha insegnato Papa Francesco, il modello del riciclo e della produzione circolare rappresenta una buona via per garantire alle generazioni future un ambiente sostenibile (cfr Lett.

Enc.

Laudato si’, 21-22).

È importante dare esempio di coerenza: la Chiesa sia la prima a mettere in pratica ciò che essa stessa annuncia.

Attraverso la nostra sinergia potremo rendere sempre più bella e accogliente la casa di tutti.

Grazie della vostra visita.

Vi benedico e auguro ogni bene per il vostro lavoro e le vostre famiglie.

Grazie.

Delegazione della Federazione Luterana Mondiale (1° Ott 2026)
Visita il link

«La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13).


Miei cari fratelli e sorelle in Cristo,

vi porgo un cordiale benvenuto, rappresentanti della Federazione Luterana Mondiale.

Rivolgo un saluto particolare al Presidente della Federazione Luterana Mondiale.

Grazie per le sue gentili parole e per questo dono simbolico e bello.

Saluto anche il Segretario Generale, il Reverendo Burghardt, qui presente.

Rinnovo i miei ringraziamenti per la vostra presenza per l’inizio del mio pontificato lo scorso anno.

Sono lieto che le relazioni tra luterani e cattolici nel corso dei decenni siano maturate sia spiritualmente sia teologicamente.

Il dialogo internazionale, che ora è nella sua sesta fase, ha prodotto importanti intuizioni.

Una pietra miliare del cammino ecumenico è stata certamente la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione.

Ma anche i testi elaborati insieme negli anni precedenti — soprattutto L’Eucaristia, Il ministero nella Chiesa e Vie verso la comunione — meritano di essere ricordati e accolti sempre più profondamente.

Cinque anni fa, nel suo discorso alla Federazione Luterana Mondiale durante un’Udienza privata, il mio predecessore Papa Francesco ha descritto benissimo l’importanza dell’ecumenismo: «l’ecumenismo non è un esercizio di diplomazia ecclesiale, ma  un cammino di grazia.

Esso non poggia su mediazioni e accordi umani, ma sulla grazia di Dio, che purifica la memoria e il cuore, vince le rigidità e orienta verso una comunione rinnovata» (Discorso ai Rappresentanti della Federazione Luterana Mondiale, 25 giugno 2021).

La comunione rinnovata nella fede apostolica, nei sacramenti e nei ministeri è la meta del nostro cammino ecumenico di grazia, che percorriamo insieme guidati dal Vangelo.

Nel nostro cammino comune dal conflitto verso la comunione ci sono momenti speciali.

Come ha detto, l’anno 2030, nel quale ricorre il 500° anniversario della Confessione Augustana, può diventare uno di questi momenti condivisi: una profonda esperienza ecumenica capace di donare nuova energia e gioia ai passi che compiremo verso la piena e visibile unità.

Quando la Confessio Augustana fu letta ad Augusta il 25 giugno 1530, l’unità della Chiesa d’Occidente fu messa in pericolo, ma non era ancora andata in frantumi.

Gli autori della Confessione Augustana — come ha detto il mio predecessore san Giovanni Paolo II — avevano «l’intento di testimoniare il loro credo in una chiesa santa, cattolica ed apostolica» (Discorso in occasione del 450° anniversario della “Confessio Augustana”, 25 giugno 1980).

La Confessione Augustana in origine era intesa come un documento di riconciliazione in seno alla Chiesa.

Solo in seguito finì con l’essere intesa come testo di confessionalizzazione divisiva.

Con lo sguardo rivolto al 2030, sarebbe auspicabile che potessimo di nuovo riuscire ad affermare insieme il potenziale ecumenico pre-confessionale della Confessio Augustana.

Rivolgo un appello sincero a tutti i credenti, e in particolare ai teologi, affinché concentrino la loro attenzione su Cristo e il suo Vangelo.

Ritorniamo, con profonda devozione, alle nostre radici comuni, alla fede della Chiesa delle origini e ai Padri della Chiesa, al fine di riscoprire l’eredità apostolica e pre-confessionale che ci unisce veramente come fratelli e sorelle, fratelli e sorelle in Cristo.

Cristo non deve diventare una “parola estranea” nel nostro mondo.

Il nostro mondo ha bisogno di testimoni ecumenici di Cristo, che lo facciano conoscere attraverso le loro vite e le loro azioni, perché solo Cristo è la fonte viva capace di realizzare gli aneliti più profondi dell’umanità.

Cari fratelli e sorelle, uniti in questo comune compito ecumenico e missionario, desidero ringraziarvi nuovamente per la vostra visita.

Rinnoviamo il nostro impegno per l’unità pregando ora insieme come ci ha insegnato il Signore.

Padre nostro (recitato insieme).

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n.

223, giovedì 1° ottobre 2026, p.

2.

Udienza Generale del 30 Set 2026 - Catechesi. Il Viaggio apostolico in Francia e all’UNESCO
Visita il link

Catechesi.

Il Viaggio apostolico in Francia e all’UNESCO

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero parlarvi del Viaggio apostolico in Francia che ho compiuto nei giorni scorsi.

È stato un grande dono per me e per il popolo di Dio in quel Paese, e ne rendo grazie al Signore.

Esprimo nuovamente la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno accolto, Autorità civili e Pastori della Chiesa, e a quanti, numerosissimi, hanno voluto incontrare il Papa o anche solo salutarlo per le strade, come apostolo di Cristo e messaggero di pace.

Grazie a tutti!

Vorrei raccogliere i pensieri e le impressioni – ancora vivissime – di questa Visita pastorale intorno a un unico grande simbolo: la Cattedrale di Notre-Dame di Parigi.

Lì, nel pomeriggio della prima giornata, abbiamo celebrato i Vespri della Beata Vergine Maria, una liturgia solenne e al tempo stesso festosa, in cui la musica, il canto e la bellezza del tempio facevano vibrare i cuori uniti nella preghiera.

Proprio Notre-Dame, con il dramma che ha vissuto, può simbolicamente illuminare tutto questo Viaggio apostolico, offrendo una chiave di lettura che riassumerei in una parola: rinascita.

La Cattedrale di Parigi, che solo sette anni fa sembrava ferita a morte da un enorme incendio, è adesso ricostruita e più splendente che mai.

Quel disastro ha provocato una reazione positiva a tutti i livelli, alcuni più visibili e pratici, altri più nascosti, di ordine spirituale.

Il suo restauro è stata una prova della possibile collaborazione tra Chiesa, Stato, istituzioni pubbliche e società civile.

Questo atteggiamento ha permesso di valorizzare al meglio la generosità dei benefattori come le competenze dei professionisti e delle maestranze.

La sinergia per il bene comune dovrebbe essere lo stile normale delle istituzioni, delle forze politiche e sociali, di quanti hanno responsabilità civili ed economiche.

È il messaggio che ho voluto consegnare alle Autorità francesi, come pure ai membri dell’UNESCO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura che ha sede a Parigi, indicando qual è il criterio fondamentale su cui basare tale collaborazione: la dignità della persona umana.

Ma soprattutto Notre-Dame è immagine della Chiesa di pietre vive, del popolo santo di Dio.

È interessante mettere in parallelo la celebrazione dei Vespri nella Cattedrale con la Veglia dei giovani avvenuta la sera stessa nel grande Stadio di Francia a Parigi.

Due luoghi completamente diversi, eppure due eventi complementari, quasi uniti spiritualmente.

Che cosa li univa? La Chiesa, che non è fatta di pietre o di cemento, ma di persone che amano Gesù Cristo perché sono state amate da Lui.

A Notre-Dame c’erano i preti e i diaconi, le persone consacrate, gli operatori pastorali; allo stadio c’era la nuova generazione francese: nuova – direi – non solo per età, ma più ancora per spirito, per libertà di cuore e di fede.

Giovani che hanno cantato, gridato, ma che sono anche rimasti in silenzio, in ascolto.

Volti attenti e commossi, che manifestavano cuori desiderosi di verità e d’amore.

A loro ho detto con gioia: “Voi siete i santi di Francia!”.

Quella Veglia è stata un grande segno di speranza.

Così come lo è stato – nella piccolezza che Dio predilige – anche l’incontro nella Maison Bakhita, casa di accoglienza per diverse persone in difficoltà: uno dei tanti luoghi, frutti del Vangelo, in cui ci si impegna quotidianamente a servire con amore la dignità della persona umana.

Vi è tuttavia nella Chiesa in Francia un segno di rinascita che dura da alcuni anni, cioè il notevole e crescente numero di giovani e adulti che chiedono il Battesimo.

Su questa bella “sorpresa” di Dio è in corso a Parigi un’Assemblea sinodale provinciale, nella quale sono potuto intervenire, incoraggiando il cammino dei catecumeni e dei neofiti, insieme alle comunità a cui appartengono.

Evento culminante della mia visita nella Capitale è stata la Messa in Place de la Concorde.

Lì il segno della rinascita è apparso in modo sorprendente: l’assemblea liturgica, che nella vasta Piazza radunava i sacerdoti, il coro e una notevole moltitudine, si estendeva per tutta l’Avenue des Champs Élysées fino all’Arco di Trionfo e oltre.

Al momento della Comunione, tutti hanno potuto accostarsi all’Eucaristia, distribuita in ogni luogo.

Ecco la vera ricostruzione, il restauro della Chiesa che solo Dio può fare, per intercessione della Vergine Maria.

E allora era naturale e doveroso che, dopo Parigi, io mi recassi pellegrino a Lourdes, a venerare la Madre della Chiesa, Maria, colei che nell’ora della passione e della morte tiene accesa la lampada della fede e della speranza.

A Lourdes il Signore, attraverso la materna premura della Vergine Maria, comunica a tutti, pellegrini e specialmente malati nel corpo e nello spirito, un messaggio di speranza e di rinascita.

Un messaggio che ho voluto apertamente rilanciare: ogni vita umana, in qualunque condizione, anche di più grave fragilità, conserva la propria inviolabile dignità e merita di essere curata, accompagnata, sollevata dalla sofferenza con umana compassione e con l’ausilio dei mezzi offerti dalla scienza.

Per questo Lourdes rappresenta per tutto il mondo un santuario della civiltà dell’amore.

In questo contesto ho incontrato alcune persone vittime di abusi e ho chiesto loro di aiutarmi a esprimere anche ad altre vittime la volontà mia e di tutta la Chiesa di ascoltarle e camminare con loro mentre cercano la guarigione, riconoscendo il dolore causato nelle loro vite e lavorando per la prevenzione degli abusi.

Terza e ultima tappa del Viaggio apostolico è stata la città di Metz, in una regione della Francia e dell’Europa martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale.

Lì ha operato Robert Schuman, uno dei principali ispiratori del processo di unificazione europea.

L’Europa contemporanea è nata proprio come progetto di pace dopo la distruzione della guerra.

Possiamo dire che ciò che è accaduto a Notre-Dame di Parigi con l’incendio, era avvenuto in Europa con la Seconda Guerra Mondiale.

E l’Europa è rinata, sulla base di quei principi di democrazia, solidarietà e fraternità tra i popoli che molto devono alle sue radici cristiane.

Anche oggi è su tali fondamenta e con questa “linfa” vitale che il progetto-Europa può rinnovarsi, in un mondo molto più globalizzato, dove il dialogo interreligioso riveste un ruolo di primaria importanza.

Per questo, a Metz, ho incontrato i rappresentanti delle diverse tradizioni religiose, i quali hanno letto e sottoscritto in mia presenza l’“Appello di Metz” per il dialogo e la pace.

Carissimi, il tema della mia Visita pastorale in Francia è stato “Pour que le monde ait la vie”, “Perché il mondo abbia la vita” (cfr Gv 6,51).

Sono parole di Gesù, che riassumono tutta la sua missione di salvezza e che, durante il Viaggio, esprimevano in pienezza il senso evangelico di ogni incontro.

Ora esse ispirino la nostra preghiera, nel chiedere a Dio che questo evento di grazia porti frutti abbondanti e duraturi.

____________________________________________

Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française venus du Canada, de France, et du Luxembourg.

J’ai été émerveillé par la ferveur et l’enthousiasme de l’accueil reçu en France.

Je rends grâce à Dieu et prie afin que les pasteurs continuent à répondre aux attentes des fidèles, en particulier à celles des jeunes.

Je vous bénis de tout cœur !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, provenienti dal Canada, dalla Francia e dal Lussemburgo.

Sono rimasto colpito dal fervore e dall’entusiasmo con cui sono stato accolto in Francia! Rendo grazie a Dio e prego affinché i pastori continuino a corrispondere alle aspettative dei fedeli, in particolare a quelle dei giovani.

Vi benedico di cuore!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those coming from England, Ireland, Denmark, Ghana, Australia, India, Indonesia, the Philippines, Malaysia, Sri Lanka and the United States of America.

A special greeting to the seminarians from the Pontifical Irish College and the pilgrims attending the diaconate ordination of the Pontifical North American College that will take place tomorrow.

Upon all of you and your families, I invoke the peace and unity of our Lord Jesus Christ.

God bless you all!

Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache.

In Lourdes habe ich alle eingeladen, im Rosenkranzmonat Oktober für den Frieden unter den Völkern und auch in den Herzen aller Menschen zu beten.

Maria, die Königin des Friedens, möge unsere Fürsprecherin sein.

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca.

A Lourdes ho invitato tutti a pregare, nel mese di ottobre dedicato al Rosario, per la pace tra i popoli e anche nei cuori di tutti gli uomini.

Maria, Regina della Pace, interceda per noi.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

Pidamos al Señor, por intercesión de Nuestra Señora de Lourdes, que mantenga encendida en nosotros la lámpara de la fe, la esperanza y la caridad, y que seamos uno en Cristo, para que el mundo pueda creer en Él.

Que Dios los bendiga.

Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,请大家在你们的家庭和你们的堂区中,重燃信德的火焰,使它成为天主赐给众人的恩典。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese.

Cari fratelli e sorelle, ravvivate la fiamma della fede nelle vostre famiglie e nelle vostre parrocchie, per diventare dono di Dio per tutti.

Vi benedico di cuore.]

Saúdo com alegria todos os peregrinos de língua portuguesa, especialmente os novos alunos do Colégio Pio Brasileiro! Queridos irmãos e irmãs, que o testemunho público do amor a Jesus Cristo que vimos na França seja uma fonte de inspiração para toda a Igreja.

Não escondamos a nossa fé! O Senhor vos abençoe!

[Saluto con gioia tutti i pellegrini di lingua portoghese, specialmente i nuovi alunni del Collegio Pio Brasiliano! Cari fratelli e sorelle, la testimonianza pubblica dell’amore per Gesù Cristo che abbiamo visto in Francia possa essere d’ispirazione per tutta la Chiesa.

Non nascondiamo la nostra fede! Il Signore vi benedica!]

أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة.

لِنَحمِلْ سَلامَ المَسِيحِ إلى عالَمِنا، لِكَي يَحيَا في الرَّجاءِ والمَحَبَّة.

باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba.

Portiamo la pace di Cristo nel nostro mondo, perché esso abbia la vita nella speranza e nell’amore.

Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków! Trzydzieści lat temu św.

Jan Paweł II beatyfikował Wincentego Lewoniuka i 12 Towarzyszy, męczenników.

Aż do przelania krwi bronili oni przynależności do Kościoła katolickiego i jedności z Następcą św.

Piotra, dochowując wierności własnej tradycji wschodniej.

Ich wstawiennictwu polecam sprawy jedności uczniów Chrystusa oraz katolików prześladowanych dziś za wiarę.

Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!

[Saluto cordialmente i polacchi! Trent’anni fa, San Giovanni Paolo II ha beatificato Vincenzo Lewoniuk e i suoi 12 Compagni, martiri.

Fino all’effusione del sangue, essi difesero la loro appartenenza alla Chiesa cattolica e la comunione con il Successore di Pietro, rimanendo fedeli alla propria tradizione orientale.

Alla loro intercessione affido le questioni dell’unità dei discepoli di Cristo e i cattolici oggi perseguitati a causa della fede.

Sia lodato Gesù Cristo!]

__________________________

APPELLO

Rivolgo ora un appello per la regione del Tigray, in Etiopia:

I am following with deep concern the situation in Tigray and in the neighboring regions of Afar and Amhara, where hostilities have once again broken out.

I extend my heartfelt plea to all parties to choose the path of dialogue.

Armed conflict never solves problems but only worsens them, leaving in its wake a trail of death, destruction, and resentment.

Only honest engagement can lay the foundations for lasting peace.

It is my fervent hope that the international community will offer its generous and timely contribution, to ensuring that all humanitarian aid be provided to those in need.

* * *

Domenica scorsa, a Bologna, sono stati beatificati tre sacerdoti martiri: Ubaldo Marchioni, diocesano, Elia Comini, salesiano e Martino Capelli dehoniano, uccisi nel 1944, in una fase drammatica della seconda guerra mondiale a motivo del disprezzo delle truppe naziste verso il loro ministero in favore dei parrocchiani.

Il sacrificio supremo di questi ministri di Dio mostra ai cristiani di oggi il coraggio di farsi prossimo ai fratelli specialmente nel momento della prova.

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare alle Missionarie Figlie della Sacra Famiglia di Nazareth, alla parrocchia Santa Maria della Valle in Scanno, come pure alle parrocchie di Ferrara di Monte Baldo e Tesero.

Saluto poi il Centro formazione professionale “Artigianelli” di Fermo, gli studenti del liceo Visconti di Roma e quelli del liceo Gonzaga di Palermo.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.

Il mese di ottobre, che inizia domani, sia occasione per recitare il santo Rosario, dedicandolo in modo particolare alla fine delle guerre e al raggiungimento della pace.

A tutti la mia Benedizione.

Membri della Commissione Internazionale delle Monache Dane Contemplative (30 Set 2026)
Visita il link

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

Sorelle e fratelli, buongiorno!

sono molto contento di incontrarvi, a breve tempo dal riconoscimento delle virtù eroiche della Serva di Dio Suor Maria Petra Giordano, monaca professa dell’Ordine dei Predicatori, che ha fatto della fede e della vocazione i punti fermi nella sua vita di consacrata.

Fede e chiamata possono orientare anche questo nostro incontro, per riaffermare che la vocazione contemplativa, nello spirito domenicano e nella Chiesa intera, non si colloca ai margini della missione, ma ne è il cuore pulsante (cfr Conc.

Ecum.

Vat.

II, Decr.

Ad gentes, 40; Constitutionum Fratrum Ordinis Prædicatorum, 2025, nn.

142.144).

Del resto, dagli scritti di Giordano di Sassonia, immediato successore di San Domenico, appare come subito, fin dagli inizi, le monache delle prime Comunità femminili, dedicandosi principalmente alla preghiera contemplativa e allo studio, accompagnassero con la penitenza la predicazione dei fratelli, partecipando dello stesso carisma.

Il principio di San Tommaso d'Aquino, per cui si trasmette agli altri il frutto della propria contemplazione (cfr Summa Theologiæ, II-II, q.

188, a.

6), riprende l’intuizione di San Domenico, secondo cui ogni parola di annuncio, perché sia vera, deve trarre origine dal silenzio, dall’ascolto, dalla preghiera e da un profondo rapporto con Dio.

È la contemplazione, «”respiro” della nostra relazione con Dio» (Francesco, Udienza generale, 5 maggio 2021), sosta silenziosa in cui accogliere la Parola e lasciarsene trasformare, che ci permette di conoscere sempre più in Lui le cose e le persone, per poi donare agli altri ciò che abbiamo vissuto e compreso.

Qui, in particolare, c’è un richiamo per voi, Presidenti Federali.

La vostra presenza nelle Visite ai monasteri e nell’animazione della Federazione, infatti, al di là dei necessari risvolti amministrativi, vi vuole prima di tutto custodi di questi valori (cfr Congr.

Ist.

Vita Cons.

e Soc.

Vita Ap., Istr. Cor orans, 117).

San Domenico, di cui si dice che prediligeva parlare con Dio o parlare di Dio, vi ha insegnato a crescere in questo stile.

È bene, perciò, che anche le Visite siano sempre, prima di tutto, momenti d’incontro comune con il Signore, nell’orazione, nell’ascolto reciproco, nella correzione fraterna e nella riconciliazione.

In merito a questo, le vostre Costituzioni (cfr n.

46) richiamano il diligente rispetto di un valore fondamentale alla vita claustrale: il silenzio.

Esso, coltivato fedelmente, vi sarà prezioso, non solo per custodire l’intera osservanza e favorire la quiete nel monastero, ma anche per guardare dentro voi stesse, per essere attente alle sorelle in comunità e agli altri di fuori.

Fare silenzio è un atto della volontà che coinvolge tutta la persona e che aiuta a vivere relazioni solide, perché animate dalla Parola di Dio.

È creare spazi di libertà e di verità, in cui custodire l’attenzione, facendosi sensibili alla voce di chi “non conta”, e maturando saggezza e generosità.

Questo è particolarmente importante in un mondo segnato dalla velocità, in cui tutto deve essere immediatamente visibile e ogni vuoto va riempito in fretta.

Nel silenzio, infatti, trovano ascolto le domande che ogni persona si pone, ma a cui non è sempre facile rispondere da soli.

Per questo è necessario che le vostre comunità offrano oasi di vera e profonda pace, ove taccia l’affanno caotico legato alle cose esteriori e ci si possa mettere in ascolto della voce di Dio.

La vostra esperienza di Presidenti Federali, poi, vi porta a incontrare anche situazioni di difficoltà: comunità che invecchiano, decessi che superano le nuove vocazioni, diminuzione della capacità lavorativa, con conseguenti problemi economici, gestione di immobili grandi e onerosi, sfide come la formazione condivisa, l’interculturalità, l’organizzazione di strutture di comunione.

Si insinua la tentazione dello “spirito di sopravvivenza”, che porta a isolarsi e a ridurre gli impegni, nell’illusione di rendere sufficienti le poche forze che rimangono, per non dipendere da altri o non dover sopprimere i monasteri.

A fronte di questo, vi invito a non porvi tanto la domanda di come mantenere strutture che si svuotano.

Ascoltate, piuttosto, cosa lo Spirito chiede, oggi, alla vita contemplativa domenicana, consapevoli che prima delle opere da gestire c’è una chiamata a cui rispondere, un fuoco che arde e che non si può lasciar morire, come diceva Santa Caterina da Siena (cfr Dialogo della Divina Provvidenza, cc.

XCI-XCII).

Care Sorelle, pur tra i problemi del momento, non perdetevi mai d’animo.

Il vostro servizio alla Chiesa è prezioso: continuatelo con fiducia, nella comunione e con discernimento, unite pur senza uniformarvi, fedeli alla tradizione e aperte alla novità, contemplative perché capaci di portare il mondo davanti a Dio.

La Vergine Maria, invocata con il Santo Rosario, vi insegni a vedere ogni giorno l’invisibile opera del Signore e, con l’aiuto della sua grazia, a versare anche sulle ferite dell’umanità del nostro tempo l’olio della consolazione e il vino della speranza (cfr Messale Romano, Prefazio comune VIII).

Vi ringrazio per il dono che siete, e di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica.

Grazie.

Viaggio Apostolico in Francia: Conferenza Stampa durante il volo diretto a Roma (28 Set 2026)
Visita il link

Matteo Bruni

Buonasera Santità, grazie per questi giorni di viaggio, grazie per questo viaggio intenso.

Era un viaggio molto atteso sicuramente, un viaggio che ha reso molto felici molti francesi con la sua presenza, con le sue parole, e penso che con le sue parole abbia toccato anche delle corde profonde del popolo francese.

E penso che abbia reso felice anche molti cattolici, molti cristiani, che hanno sentito di essere confermati nella fede.

Però forse, magari, può cominciare lei a dirci come lei ha sentito questo viaggio.

Leone XIV

I will start by speaking in English, and then if you need a translation, we can help with that.

First of all, once again thank you for the work you have done.

I think you were kept pretty busy for the past four days and, in a certain sense, it was a very intense program.

The four days were literally filled with many blessings.

Almost miracles, I would say, especially the time at Lourdes, accompanying so many people who are sick and suffering and seeing how the grace of God's presence manifested itself in many different ways and touches people's hearts, transforms their lives, and, to use an expression that I mentioned there, restores dignity to the sick, the elderly, those who in some parts of society are discarded.

So, there were many signs, expressions, symbols throughout the four days.

And personally, I felt very blessed myself to have had the privilege to visit France to encourage especially young people who are obviously searching for something.

It was so apparent at the stadium, the evening with 80,000 young people gathered together from around France, with their enthusiasm and joy, and the sense of hope that they offered, but especially I think that they received and will be able to share with others.

So, amongst the many different things that we celebrated and lived during these four days, I would say those are some of the highlights, and not to exclude others, but these were quite significant.

I am very happy to have had you along on this trip, and if you have a few questions.

[Inizierò parlando in inglese.

E poi, se avete bisogno di una traduzione, possiamo darvi una mano.

Innanzitutto, grazie ancora per il lavoro che avete svolto.

Credo che siate stati piuttosto impegnati negli ultimi quattro giorni e, in un certo senso, è stato un programma molto intenso.

Questi quattro giorni sono stati letteralmente ricchi di benedizioni.

Quasi dei miracoli, direi, specialmente il tempo trascorso a Lourdes, camminando insieme e accompagnando tante persone malate e sofferenti, e vedendo come la grazia della presenza di Dio, manifestandosi in tanti modi diversi, tocchi il cuore delle persone, trasformi le loro vite e, per usare un’espressione che ho citato lì, restituisca dignità ai malati, agli anziani e a coloro che in alcune parti della società vengono emarginati.

Ci sono stati quindi molti segni, molte espressioni, molti simboli nel corso di questi quattro giorni.

E personalmente mi sono sentito molto benedetto per aver avuto il privilegio di visitare la Francia, per incoraggiare soprattutto i giovani che, naturalmente, sono alla ricerca di qualcosa.

Era così evidente allo stadio, la sera, con 80.000 giovani provenienti da tutta la Francia, con il loro entusiasmo, la loro gioia e il senso di speranza che hanno trasmesso, ma soprattutto, credo, che hanno ricevuto e che potranno condividere con gli altri.

Quindi, tra le tante cose diverse che abbiamo celebrato e vissuto durante questi quattro giorni, direi che questi sono alcuni dei momenti salienti, senza voler escludere gli altri, ma che sono stati piuttosto significativi.

Sono molto felice che siate stati con me in questo viaggio, e se avete qualche domanda.]

 

Matteo Bruni

The first question comes from Cyriac Zeller.

He works for the French media agency called I-Media.

[La prima domanda viene da Cyriac Zeller, che lavora per un’agenzia di comunicazione francese che si chiama I-Media.]

Cyriac Zeller

Buonasera, Santità.

Yesterday, during a press conference, the victims you met told us that you had acknowledged to them the systemic nature of sexual abuse in the church.

Is that indeed the case? Could you explain your position on this? Do you consider sexual abuse in the Church to be systemic?

[Buonasera, Santità.

Ieri, durante una conferenza stampa, le vittime che ha incontrato ci hanno riferito che Lei avrebbe riconosciuto loro la natura sistemica degli abusi sessuali nella Chiesa.

È davvero così? Potrebbe spiegare la Sua posizione al riguardo? Ritiene che gli abusi sessuali nella Chiesa siano sistemici?]

Leone XIV

I would say — without wanting to contradict anyone — and I think it is very important, I would first of all like to say that in the meeting with those seven victims, I had asked them to also help me to express to other victims the willingness of myself and of the Church to listen and to walk with them as they look for healing, recognizing the pain that has been caused in their lives because of situations of abuse.

Several of them spoke about systemic abuse.

Personally, I prefer to express it in a different way, although I did speak about some organizations within the Church who have, at times, if you will, as a system, been abusive.

But I think it is important to make the distinction.

Sexual abuse is first and foremost a human problem.

When it happens within the Church, it actually has another whole dimension added to it because people's lives of faith are deeply wounded and sometimes even destroyed.

So there is a particular responsibility of the Church to walk with them and to help them seek healing.

In those terms, I spoke with them about how the Church, in certain ways, has been seen as being responsible, but in the same way that the Church, I think, is an important part of helping them to find healing.

[Direi, senza voler contraddire nessuno, perché ritengo che sia molto importante, che vorrei innanzitutto precisare che, nell’incontro con quelle sette vittime, avevo chiesto loro di aiutarmi anche a esprimere ad altre vittime la disponibilità – mia e della Chiesa – ad ascoltarle e ad accompagnarle nel loro cammino verso la guarigione, riconoscendo il dolore che è stato causato nelle loro vite a causa di situazioni di abuso.

Molti di loro hanno parlato di abuso sistemico.

Personalmente, preferisco esprimerlo in modo diverso, anche se ho parlato di alcune organizzazioni all’interno della Chiesa che, a volte, per così dire, come sistema, hanno agito in modo abusivo.

Ma credo sia importante fare questa distinzione.

L’abuso sessuale è innanzitutto un problema umano.

Quando avviene all’interno della Chiesa, assume in realtà un’altra dimensione, perché la vita di fede delle persone viene profondamente ferita e talvolta persino distrutta.

La Chiesa ha la responsabilità particolare di accompagnarle e aiutarle a cercare la guarigione.

In questo senso ho parlato con loro di come la Chiesa, in un certo senso, sia stata vista come responsabile, ma allo stesso tempo del fatto che la Chiesa, io penso, abbia una parte importante nell’aiutarle a trovare la guarigione.]

 

Matteo Bruni

Grazie, Cyriac.

La seconda domanda, Santità, è di Xavier Normand, che lavora per la rivista francese Le Pèlerin.

Xavier Normand

Très Saint Père, bonsoir.

Tout d'abord, je voulais vous remercier pour votre voyage apostolique en France.

Pendant quatre jours, notre pays a vécu au rythme de l'enthousiasme général suscité par votre venue.

Ce qui en France est un exploit.

Merci très Saint Père.

I will continue with my question in English.

The motto of your Apostolic Journey was that the world may have life.

The topic of end-of-life care came up repeatedly in your speeches.

Actually, I think you mentioned it in more than half of your speeches in France.

I'm thinking in particular of the one in the Élysée Palace and yesterday in Lourdes when you say that what is legal is not necessarily moral, which was a clear reference to the recent legalisation of euthanasia in France.

In France, we also have this principle of "laicité," which is a separation between religion and politics.

Do you think that when it's important, when the stakes are high, this border, this line should be crossed in the name of the primacy of conscience? And if so, did you cross that line?

[Santo Padre, buonasera.

Anzitutto, volevo ringraziarLa per il Suo Viaggio apostolico in Francia.

Per quattro giorni il nostro Paese ha vissuto al ritmo dell’entusiasmo generale suscitato della Sua venuta.

Ciò che in Francia è un exploit.

Grazie, Santo Padre!

Continuerò la mia domanda in inglese.

Il motto del Suo viaggio apostolico era “Affinché il mondo abbia la vita”.

Il tema delle cure di fine vita è emerso ripetutamente nei Suoi discorsi.

In realtà, credo che ne abbia parlato in più della metà dei Suoi discorsi in Francia.

Penso in particolare a quello tenuto all’Eliseo e a quello di ieri a Lourdes, quando ha affermato che ciò che è legale non è necessariamente morale, un chiaro riferimento alla recente legalizzazione dell’eutanasia in Francia.

In Francia vige anche il principio della “laicità”, ovvero la separazione tra religione e politica.

Ritiene che, quando è importante, quando la posta in gioco è alta, questo confine, questa linea, debba essere superata in nome del primato della coscienza? E, in tal caso, Lei ha superato quella linea?]

Leone XIV

Thank you for your question.

I would say that the understanding that the Church has of a separation between Church and politics, or Church and State, that I did not cross it.

I would invite you to read or reread Magnifica Humanitas where I speak about the Social Doctrine of the Church in the first section, in the first couple of chapters.

When the Church speaks about defending life, when it speaks about questions of Social Doctrine, we are not entering into politics, we are applying the Gospel to people's lives.

There can be politicians, if you will on the left or on the right, and situations where they say “no, religion should only be in the private sphere.

[And] let people do what they want on their own, but that as a State we have to be separate.“ By the very fact that when I went to France, I went primarily to preach the Gospel, to preach the Good News, to reaffirm what Jesus Christ himself says when he says “I am the way, the truth, and the life,” so to speak the truth that Jesus offers us.

The defense of life is something that, as you all know, the Church teaches and believes very deeply.

And so, on the one hand obviously knowing that in France the law was recently approved, and that in other countries in Europe as well as other parts of the world there is a lot of debate going on about the questions of end-of-life issues.

But being in a place especially like Lourdes where people are searching for something much deeper, and understanding that their lives even in the midst of sickness, or disability or pain of different kinds has meaning.

The Church, because of Jesus himself, wants to be close to those people and to affirm the values that life itself holds for all of us.

So, I would say that if that is considered politics, then I did it.

But it was not to get involved in French politics, it was to teach what the Church really believes.

[Grazie per la Sua domanda.

Direi che, per quanto riguarda la concezione che la Chiesa ha della separazione tra Chiesa e politica, o tra Chiesa e Stato, non l’ho oltrepassata.

E La invito a leggere o rileggere Magnifica humanitas, dove, nella prima sezione, nei primi due capitoli, parlo della Dottrina Sociale della Chiesa e affermo che quando la Chiesa parla di difesa della vita, quando affronta questioni di Dottrina sociale, non sta entrando in politica, ma sta applicando il Vangelo alla vita delle persone.

Possono esserci politici, diciamo, di sinistra o di destra, che sostengono che la religione dovrebbe rimanere solo nella sfera privata; lasciamo che le persone facciano ciò che vogliono per conto proprio, ma come Stato dobbiamo rimanere separati.

In realtà, quando sono andato in Francia, ci sono andato principalmente per predicare il Vangelo, per predicare la Buona Novella, per riaffermare ciò che Gesù Cristo stesso dice quando afferma: «Io sono la via, la verità e la vita», dunque per dire la verità che Gesù ci offre.

La difesa della vita è un tema che, come tutti sapete, la Chiesa insegna e in cui crede profondamente.

E così, da un lato, sapevo ovviamente che in Francia è stata recentemente approvata una legge, mentre in altri Paesi europei e in altre parti del mondo si sta discutendo sulle questioni relative al fine vita.

Ma mi trovavo in un luogo speciale come Lourdes, dove le persone sono alla ricerca di qualcosa di molto più profondo e cercano di comprendere che la loro vita, anche in mezzo alla malattia, alla disabilità o a dolori di vario genere, ha un senso.

La Chiesa, proprio grazie a Gesù stesso, vuole essere vicina a queste persone e affermare i valori che, credo, la vita stessa racchiude per tutti noi.

Quindi, direi che, se questa è politica, l’ho fatta, ma non per intromettermi nella politica francese.

L’ho fatto per insegnare ciò in cui la Chiesa crede veramente.]

 

Matteo Bruni

Grazie, Santità.

La prossima domanda è di Íñigo Domínguez di El País.

Íñigo Domínguez

Buenas tardes Santidad, gracias por compartir este momento con nosotros.

Usted ha hablado muchas veces también este viaje de la cultura del descarte que nos rodea, de la marginación de quienes no se consideran productivos entre ellos los ancianos, los discapacitados.

En España tenemos estos días un caso que representa un poco todo esto, que ha causado una gran indignación en el país, que es el de Mari Carmen, una mujer de 87 años con discapacidad a la que han echado de su casa, en la que vivía en Madrid porque no conseguía pagar al alquiler.

Se lo subieron cinco veces de golpe.

No sé si conoce este caso, el caso de Mari Carmen.

Pero en cualquier caso, ¿qué opina del problema de la vivienda que existe en toda Europa, en todo el mundo, donde la especulación inmobiliaria expulsa a los vecinos de las ciudades y los jóvenes no pueden permitirse una casa? ¿Qué opina de todo este problema?

[Buonasera, Santità, grazie di condividere questo momento con noi.

Anche durante questo viaggio Lei ha parlato più volte della cultura dello scarto che ci circonda, dell’emarginazione di coloro che non sono considerati produttivi, tra cui gli anziani e le persone con disabilità.

In Spagna, in questi giorni, abbiamo un caso che in qualche modo rappresenta tutto questo e che ha suscitato grande indignazione nel Paese: è quello di Mari Carmen, una donna di 87 anni con disabilità, che è stata sfrattata dalla sua casa a Madrid perché non riusciva a pagare l’affitto.

Le hanno aumentato l’affitto di cinque volte in un colpo solo.

Non so se conosce questo caso, il caso di Mari Carmen.

Ma in ogni caso, cosa ne pensa del problema abitativo che esiste in tutta Europa, in tutto il mondo, dove la speculazione immobiliare espelle i residenti dalle città e i giovani non possono permettersi una casa? Cosa ne pensa di tutto questo problema?]

Leone XIV

Yo creo que es un buen ejemplo donde la Iglesia como comunidad, o como seres humanos, aún para las personas que no tienen fe, tiene que buscar soluciones más justas para que no sucedan estos casos.

No conozco el que usted refiere, pero me parece que sería una situación en la que los vecinos, la comunidad, la parroquia, la diócesis o el Estado tendrían que acercarse para decir ¿cómo es posible que suceda algo así? ¿Cuál es el problema en un sistema que permite que una anciana, además con discapacidad o con alguna dificultad sea echada de su casa? La Iglesia habla mucho del descarte y habla también de justicia.

Invita, promueve, busca despertar en todos, la capacidad de responder con un sentido más humano, ser de verdad sensibles al dolor, al sufrimiento de los demás.

El problema de la escasez de vivienda que hoy existe en muchos países es un problema que ninguna parroquia, ninguna diócesis, ni la Iglesia misma podrá solucionar.

Pero creo que este sea un desafío grande en el que tenemos que exigir también a los líderes políticos, a las autoridades, a que le busquen solución.

Porque evidentemente está aumentando; y muchas veces se reacciona sólo al momento de emergencia.

Sin embargo, tenemos que ver en realidad cuál es la causa sistémica de este problema y como ayudar.

[Credo che sia un buon esempio di come la Chiesa, in quanto comunità, o noi come esseri umani, in quanto comunità – anche per chi non ha fede – dobbiamo cercare soluzioni più giuste, affinché casi del genere non si verifichino.

Non conosco il caso a cui Lei si riferisce, ma mi sembra che sarebbe un caso in cui i vicini, la comunità, la parrocchia, la diocesi o lo Stato dovrebbero intervenire per chiedersi: come è possibile che accada una cosa del genere? Qual è il problema nel sistema che permette che un’anziana, per di più con disabilità o con qualche difficoltà, venga, per così dire, cacciata dalla propria casa? La Chiesa parla molto dell’emarginazione e parla anche di giustizia.

Invita, promuove, cerca, diciamo, di risvegliare in tutti la capacità di rispondere con un maggiore senso di umanità, di essere veramente sensibili al dolore e alla sofferenza degli altri.

Il problema degli alloggi, che oggi esiste in molti Paesi, è un problema che una sola parrocchia, una sola diocesi o la Chiesa stessa non potranno risolvere.

Ma credo che qui ci sia una grande sfida, per la quale forse dobbiamo esigere anche dai leader politici e dalle autorità che cerchino una soluzione.

Perché il fenomeno sta evidentemente aumentando, e spesso reagiamo solo nel momento dell’emergenza, ma dobbiamo capire quale sia in realtà la causa sistemica di questo problema e come poter aiutare.]

 

Matteo Bruni

Santità, la prossima domanda è di Manuela Tulli dell’Agenzia ANSA.

Manuela Tulli

Buonasera Santità, Lei oggi, e comunque durante tutto questo viaggio, ha sottolineato la necessità del dialogo, e anche parlando all'Europa Lei ha parlato dell'illusione del riarmo, ma allo stesso tempo ha detto di avere il coraggio di fare delle rinunce, dei sacrifici per il bene superiore della pace.

Il conflitto in Europa è quello tra Russia e Ucraina, cosa intendeva quando parlava di questi sacrifici? E poi, Lei crede nel negoziato perché ha i suoi inviati - è andato prima Monsignor Gallagher, in questi giorni c'è il Cardinal Zuppi -, ma come si può parlare con uno Stato che aggredisce, bombarda e minaccia non solo l'Ucraina ma anche altri Stati europei? Grazie.

Leone XIV

Grazie.

La primera cosa sería subrayar los principios de la doctrina social de la Iglesia, donde se busca no promover la violencia, el odio, armamentos, los peligros que hay en el mundo de hoy, incluso de algunos líderes de países que empiezan de nuevo a hablar de armas nucleares, de guerras que cada vez son más y más destructivas, sobre todo en lo referente a la cuestión de la vida humana.

Continuar a armarse, a gastar en esa tremenda industria militar, que ya desde hace muchas décadas, ―el año pasado hizo cinco años―, que continúa a promover el gasto militar.

Algunos pocos se están enriqueciendo muchísimo con una industria que promueve la guerra.

Mientras que con estos miles de millones de euros o de dólares se podrían solucionar problemas como el hambre en el mundo, la falta de vivienda, situaciones de desempleo, etc.

Todos están buscando una voz que pueda ofrecer otro camino, que no sea el de gastar más en las armas, que sólo promueve una creciente tensión que podría resultar en la explosión de otra guerra, de otro conflicto.

Y vemos la violencia que esas potencias buscan siempre imponer con poder, en vez de dialogar y promover negociaciones para solucionar las diferencias, que naturalmente pueden existir; por el contrario, nos estamos acercando cada vez más a una guerra o a varias guerras, o a conflictos como los que vemos en el mundo de hoy.

Yo no conozco otros caminos, y no se trata de ser político o no político, sino que se necesita una voz que trate de promover los valores de la dignidad humana, de la importancia de la vida, de la posibilidad de gastar más en salud y educación y menos en las armas; y creo que sea la Iglesia la que tiene la responsabilidad de promover estos valores, invitando continuamente a líderes, como los de Rusia y de Ucrania, y de otros países, a venir, a sentarse, a dialogar, a buscar cómo solucionar los problemas sin continuar esas guerras que ya no tienen sentido.

A este respecto, la Iglesia continúa alzando la voz.

No podemos obligar a nadie, a veces parece que puede ser inútil, pero vamos a seguir hablando, vamos a seguir invitando, vamos a seguir anunciando el evangelio.

[Grazie.

La prima cosa da sottolineare sono i principi della Dottrina sociale della Chiesa, secondo cui non intendiamo promuovere la violenza, l’odio, gli armamenti e i pericoli presenti nel mondo di oggi, compresi quelli provenienti da alcuni leader di Paesi che stanno ricominciando a parlare di armi nucleari e di guerre sempre più distruttive, soprattutto per quanto riguarda la questione della vita umana.

Continuare ad armarsi, a spendere in quella tremenda industria militare, che già da molti decenni – dall’anno scorso, da cinque anni – continua a promuovere la spesa militare.

Pochissimi si stanno arricchendo enormemente grazie a un’industria che promuove la guerra.

Eppure, con questi miliardi e miliardi di euro o dollari si potrebbero risolvere problemi come la fame nel mondo, la casa, la disoccupazione, ecc.

Tutti sono alla ricerca di una voce in grado di offrire un’alternativa, che non sia quella di spendere di più in armi, poiché ciò non fa altro che alimentare sempre più la tensione che potrebbe sfociare nello scoppio di un’altra guerra, di un altro conflitto.

E vediamo che la violenza, il fatto che le potenze cercano sempre di imporre le cose con la forza invece di dialogare e promuovere negoziati sulle differenze che naturalmente possono esistere, ci porta sempre più vicini a una guerra o a diverse guerre, conflitti come quelli che vediamo nel mondo di oggi.

Non so cosa ne pensino gli altri, e non si tratta di essere politici o meno, ma una voce che cerchi di promuovere i valori della dignità umana, dell’importanza della vita, della possibilità di spendere forse di più per la sanità e l’istruzione e meno per le armi: credo che la Chiesa abbia la responsabilità di promuovere questi valori, invitando continuamente i leader, come quelli di Russia e Ucraina e di altri Paesi, a venire, a sedersi al tavolo, a dialogare, a cercare come risolvere i problemi senza continuare queste guerre che ormai non hanno più senso.

Quindi, in questo senso, la Chiesa continua ad alzare la voce.

Non possiamo obbligare nessuno, a volte sembra che possa essere inutile, ma continueremo a parlare, continueremo a invitare, continueremo ad annunciare il Vangelo.]


 

Matteo Bruni

Grazie, Santità.

La prossima domanda viene da Justin McLellan del National Catholic Reporter.

Justin McLellan, National Catholic Reporter

Thank you.

Holy Father, I'll ask my question in English.

In Paris, you spoke on the urgent need for ethical discernment around the development of artificial intelligence and in the wake of multiple cyberattacks committed by rogue AI agents, several tech industry leaders have warned that the technology could destroy the world.

How worried are you that AI could pose catastrophic risks to humanity or even wipe it out entirely, and what must nations, especially the United States and China, do to ensure that their technologies are safe for humanity?

[Grazie.

Santo Padre, Le porrò la mia domanda in inglese.

A Parigi Lei ha parlato dell’urgente necessità di un discernimento etico riguardo allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e, sulla scia dei numerosi attacchi informatici perpetrati da agenti di intelligenza artificiale fuori controllo, diversi leader del settore tecnologico hanno avvertito che questa tecnologia potrebbe distruggere il mondo.

Quanto è preoccupato che l’intelligenza artificiale possa comportare rischi catastrofici per l’umanità o addirittura annientarla completamente, e cosa devono fare le nazioni, in particolare gli Stati Uniti e la Cina, per garantire che le loro tecnologie siano sicure per l’umanità?]

Leone XIV

Thank you.

If someone were to ask me, am I in panic mode? No, I am not.

I sleep at night.

I do think that the concerns raised by many of the experts, specialists in AI, should be taken seriously.

I do not think that is fake news, as some have said, to try and cause financial or some other kind of benefit.

It is interesting to note that just today I read that the head of Nvidia claims that he has found some way of inserting into AI certain guardrails, if you will, or limits so that they will not go outside of their particular domains and cause the damage that people are talking about.

He is the same one, however, that says there should be no limits placed and no government regulation, etc.

This is a problem that I think we need to sit down and talk about.

We need to continue to invite political leaders, leaders of AI, social organizations, associations to come together and look at what is happening already and what could be down the road.

To simply say, “Oh, it's not going to happen,” and close our eyes to it, is probably not the most responsible way of responding.

The Vatican has organized our own commission on artificial intelligence, which began as a way of coordinating what we ourselves are doing in the Holy See and how we are using AI, and understanding the risks and benefits.

But since Magnifica Humanitas was published, we have been contacted by people in many different areas and fields.

And so, we are trying to continue to promote dialogue, study, investigation, to find ways to make sure that AI does not get to a point where it could destroy humanity or remove humanity from the conversation.

I am relatively optimistic that this can happen.

I think that there are enough people seriously interested in that and willing to look at the deeper questions, once again of power, who gets there first, what happens when AI goes to being what they call General Artificial Intelligence, etc.

But we have to keep working, we cannot just sit back and pretend nothing is going to happen.

[Grazie.

Se qualcuno mi chiedesse: “Sei in preda al panico?”, risponderei: “No, non lo sono.

Di notte riesco a dormire”.

Ritengo però che le preoccupazioni sollevate da molti esperti e specialisti di intelligenza artificiale debbano essere prese sul serio.

Non credo che si tratti di fake news, come alcuni hanno affermato, volte a ottenere un vantaggio finanziario o di altro tipo.

È interessante notare che proprio oggi ho letto che il capo di NVIDIA sostiene di aver trovato un modo per inserire nell’IA delle barriere di sicurezza, per così dire, o dei limiti, in modo che non escano dai loro ambiti specifici e causino i danni di cui si parla.

È lo stesso, tuttavia, che sostiene che non dovrebbero esserci limiti né regolamentazioni governative, ecc.

ecc.

Questo è un problema di cui, a mio avviso, dobbiamo sederci a discutere.

Dobbiamo continuare a invitare i leader politici, i leader del settore dell’IA, le organizzazioni sociali e le associazioni a riunirsi per esaminare ciò che sta già accadendo e ciò che potrebbe accadere in futuro.

Dire semplicemente: “Oh, non succederà”, e chiudere gli occhi di fronte a questa realtà, credo non sia probabilmente il modo più responsabile di affrontare la questione.

Il Vaticano ha istituito una propria commissione sull’intelligenza artificiale che, da un lato, è nata come strumento per coordinare ciò che noi stessi stiamo facendo in Santa Sede, il modo in cui utilizziamo l’IA, quali sono i rischi e quali i benefici.

Ma da quando è stata pubblicata la Magnifica humanitas, abbiamo ricevuto numerose richieste da parte di persone provenienti da ambiti e settori molto diversi.

Stiamo quindi cercando di continuare a promuovere il dialogo, lo studio e la ricerca, per trovare il modo di garantire che l’IA non arrivi al punto di poter distruggere l’umanità o di escludere l’umanità dal dibattito.

Sono relativamente ottimista sul fatto che ciò possa avvenire.

Penso che ci siano abbastanza persone seriamente interessate a questo tema e disposte a guardare oltre le questioni, ancora una volta legate al potere, a chi arriverà per primo, a cosa accadrà quando l’IA diventerà quella che chiamano “Intelligenza Artificiale Generale”, ecc.

ecc.

Ma dobbiamo continuare a lavorare, non possiamo semplicemente stare a guardare e fingere che non accadrà nulla.]

 

Matteo Bruni

Grazie Santità.

Forse possiamo fare un’ultima domanda, Ludwig Ring-Eifel, KNA.

Ludwig Ring-Eifel, KNA

Today we were in Metz very close to the German border, but so far, you have not come to Germany yet.

So, my basic question is when can we expect you on the other side of the border and on the background of two developments which are maybe worrying you as well: the steady decline of Catholic Church in Germany and the astonishing rise of extremist parties in Germany who threaten to tear up the consensus for Europe, which you spoke about today in Metz.

[Oggi ci trovavamo a Metz, vicinissima al confine tedesco, ma finora non è ancora venuto in Germania.

La mia domanda fondamentale è quindi: quando possiamo aspettarLa dall’altra parte del confine, alla luce di due sviluppi che forse preoccupano anche Lei: il costante declino della Chiesa cattolica in Germania e la sorprendente ascesa dei partiti estremisti in Germania, che minacciano di far crollare il consenso sull’Europa, di cui ha parlato oggi a Metz.]

Leone XIV

Thank you for the question.

With all humility, I will say that it has only been about fifteen months that I have been Pope.

There are many places I have not yet visited.

I do have an invitation.

I do hope to go again, I mean I have been there before but not as Pope, but I do hope to visit Germany, as I hope to visit many places.

But I do not yet have a schedule.

I am still working on next year, and the only trip definitely planned is World Youth Day in Korea.

So, we are getting there.

But thank you for your patience and for the question.

You said the Church is dying in Germany, or diminishing in number.

People have said that about France in the past and yet we saw what happened over the past four days.

I believe that if we find the true missionary spirit and the right way to go about it, there are still many, many people in Germany who want to live and celebrate their Christian and Catholic faith.

And so, I am optimistic about that, although I recognize the problems and the different things that have hit the Church very hard, but it has hit the evangelical or Protestant Church very hard as well, and it has hit society in much the same way.

But I do hope to reach out.

I do hope to continue to work with leaders in the Church in Germany and find ways to respond to that.

It would be interesting to study and analyze if and how there may be a relationship, for example, between the growth of these groups on the far right.

But even the far right is being splintered now, as you see the one particular group is becoming even much more extreme with other so-called far-right groups.

At the same time, there has been some expression of a combination of these far-right points of view with a certain kind of religion, which — not only in my view, but the leaders of the Catholic Church and the Protestant churches in Germany have spoken about — is not an authentic expression of Christianity.

And again, we go back to the values of the Gospel, which are not about hatred and division, but they are about understanding and compassion and accompanying.

I hope deeply, and hopefully the Church can also be a part of this, and that we can find ways of reaching out to a majority of people of goodwill who will understand how important that their commitment is, even in terms of participating in political processes, which will enable them to make clear choices for the common good and not for extremist ideas that perhaps will do much more damage than we are even aware of right now.

So, I think we will all be encouraging people in this sense.

Again, our role as a Church, based on the Social Doctrine of the Church, is to talk, teach, and preach about what we believe, which are these life-giving values and not destruction, division, and hatred.

[Grazie per la domanda.

Con tutta umiltà dirò che sono Papa solo da circa quindici mesi.

Ci sono molti luoghi che non ho ancora visitato.

Ho ricevuto un invito.

Spero davvero di tornarci, perché ci sono già stato ma non come Papa; spero comunque di visitare la Germania, così come spero di visitare molti altri luoghi.

Ma non ho ancora un programma.

Sto ancora lavorando al programma per il prossimo anno, e l’unico viaggio definitivamente programmato è la Giornata Mondiale della Gioventù in Corea.

Quindi, ci stiamo arrivando.

Ma grazie per la vostra pazienza e per la domanda.

Riguardo alla frase che Lei ha detto, cioè che la Chiesa in Germania sta morendo, o diminuendo numericamente: in passato si è detto lo stesso della Francia, eppure abbiamo visto cosa è successo negli ultimi quattro giorni.

Credo che, se ritroviamo il vero spirito missionario e il modo giusto di agire, ci siano ancora moltissime persone in Germania che desiderano vivere e celebrare la loro fede cristiana e cattolica.

E quindi sono ottimista al riguardo, anche se riconosco i problemi, riconosco le diverse cause che hanno colpito duramente la Chiesa, ma che hanno colpito duramente anche — se così si può dire — la Chiesa evangelica o protestante, e hanno colpito la società più o meno allo stesso modo.

Ma spero davvero di poter allacciare un dialogo.

Spero davvero di continuare a collaborare con i leader della Chiesa in Germania e di trovare modi per rispondere a questa situazione.

Sarebbe interessante studiare, analizzare se e in che modo possa esserci una relazione, ad esempio, tra la crescita di questi gruppi di estrema destra – e anche l’estrema destra si sta frammentando ora, come si vede da un gruppo in particolare che sta diventando ancora più estremo rispetto ad altri cosiddetti gruppi di estrema destra – e una certa combinazione di questi punti di vista di estrema destra con un particolare tipo di religione, che – non solo secondo me, ma anche secondo quanto affermato dai leader della Chiesa cattolica e di quella protestante in Germania – non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo.

E ancora una volta torniamo ai valori del Vangelo, che non sono l’odio e la divisione, ma la comprensione, la compassione e l’accompagnamento.

Spero profondamente – e spero che anche la Chiesa possa contribuire a questo – che riusciamo a trovare il modo di raggiungere la maggioranza delle persone di buona volontà, affinché comprendano quanto sia importante il loro impegno, anche in termini di partecipazione ai processi politici, per compiere scelte chiare a favore del bene comune e non a favore di idee estremiste che potrebbero causare danni ben più gravi di quanto ci rendiamo conto in questo momento.

Penso quindi che dobbiamo tutti incoraggiare in questo senso.

Ancora una volta, spetta a noi, come Chiesa, Dottrina sociale della Chiesa, parlare, insegnare e predicare ciò che riteniamo essere questi valori che generano vita, anziché la distruzione, la divisione e l’odio.]

Matteo Bruni

Grazie Santità, grazie per le Sue parole, per la Sua disponibilità e grazie molte per questi giorni di viaggio insieme.

Leone XIV

Thank you all again for your service and I want to take the opportunity to thank so many people who are in the background that do not get the applause that the Pope gets when he goes by, but who are very much a part of putting this trip together: people in the Holy See, people in France, the Bishops in France, and many, many lay people who worked on the different activities organizing them.

So, to say a special word of gratitude to all of them and to you.

Thank you very much.

[Grazie ancora a tutti per il vostro servizio.

E vorrei cogliere l’occasione per ringraziare le tantissime persone che lavorano dietro le quinte e che non ricevono gli applausi che il Papa riceve quando passa, ma che hanno contribuito in modo determinante all’organizzazione di questo viaggio: sia le persone della Santa Sede, sia quelle in Francia, i Vescovi francesi e i tantissimi laici che hanno lavorato all’organizzazione delle diverse attività.

Vorrei quindi rivolgere un ringraziamento speciale a tutti loro e a voi.

Grazie di cuore.]

Viaggio Apostolico in Francia: Santa Messa presso la Cattedrale di Santo Stefano (Metz, 28 Set 2026)
Visita il link

Omelia del Santo Padre

Ringraziamento finale al termine della Messa 

_____________________

Omelia del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

sono molto lieto di presiedere questa Eucaristia, durante la quale affidiamo al Signore il cammino della Comunità diocesana di Metz e quello di tutta l’Europa.

In questa terra storica della Mosella, che non ha mai smesso di essere un crocevia di popoli e che è stata una frontiera dolorosa in Europa, la promessa di Dio risuona oggi con una forza singolare.

Nella prima Lettura (cfr Is 32,15-18), il profeta Isaia parla dell’avvento del Regno di Dio in termini di diritto, giustizia e pace.

Egli ricorre a tre immagini: il deserto, il giardino e la casa.

Nel deserto, luogo della sobrietà e del silenzio, si instaura il diritto, cioè la legge che aiuta l’uomo a camminare sulla via del bene.

Questa immagine austera ci ricorda l’importanza dell’essenzialità e della semplicità, che ci permettono di attribuire il giusto valore alle cose, formandoci al contempo alla rinuncia e al sacrificio.

La seconda immagine è quella del giardino, dove regna la giustizia.

Se il deserto è il luogo dell’essenzialità, il giardino è il luogo della bellezza.

Lì c’è acqua, i semi si aprono, spuntano i germogli e sbocciano i fiori, ciascuno con la propria particolare grazia.

Questo è l’effetto di una vita retta, che permette alla persona di realizzarsi pienamente aderendo nella libertà ai disegni del Signore.

La terza immagine è quella della casa, luogo di pace.

Notiamo che, se il deserto e il giardino sono contesti in cui prevale l’azione di Dio, che fa germogliare e crescere, la costruzione di una casa richiede invece un contributo più diretto e più importante da parte dell’uomo, con l’impiego di forze e competenze, attraverso uno sforzo comune, un vero e proprio “lavoro di cantiere”.

Così la pace, che è dono di Dio, richiede una risposta da parte degli uomini, in uno sforzo condiviso.

Del resto, più che una semplice costruzione di pietre, la casa è un luogo di presenza umana e di amore.

In questo senso, la Parola profetica ci ricorda come, in un mondo segnato dal limite, la concordia si costruisce solo nella carità, che sa condividere gioie e dolori, incoraggiare e perdonare, senza calcoli né limiti, come in una famiglia.

Anche il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ce ne parla (cfr Mt 5,38-48).

Mentre oggi, nel mondo, assistiamo a tanta violenza, manipolazione e arroganza, a diversi livelli, Gesù ci insegna come trasformare il deserto in un’oasi, come piantare giardini e costruire case.

Ci indica la via che passa attraverso il perdono, la misericordia e la magnanimità.

«Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.

E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due» (Mt 5,39-41).

Queste parole potrebbero sembrare ad alcuni un segno di debolezza, o forse una resa di fronte al male; ma non è affatto così.

Guardiamoci dentro, in profondità, e guardiamoci intorno: cosa producono, nel mondo e in noi stessi, atteggiamenti come la vendetta, la rivalsa e il rifiuto? E quale futuro per l’umanità lasciano intravedere le relazioni e i sistemi permeati dalle logiche spietate che derivano da questi atteggiamenti? Voi che siete i figli di questa terra, lacerata in passato da conflitti fratricidi, sapete bene che non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona.

Non è vero che chi non cede è più forte di chi cerca la riconciliazione.

Non è vero che chi se ne va sbattendo la porta è più forte di chi affronta lo sforzo di camminare insieme.

Metz e la Mosella testimoniano al mondo intero che la riconciliazione è possibile solo quando si ha il coraggio di spezzare la catena del risentimento.

Ci vogliono forza e grande equilibrio per non lasciarsi sopraffare dal male, soprattutto quando le ferite subite sono profonde.

Ma di fronte all’ingiustizia, l’unica via di salvezza per l’uomo è l’amore che si prende cura dell’altro e che cerca di dare fiducia a prescindere dalle circostanze, anche di fronte ai comportamenti più difficili da accettare (cfr Mt 5,42).

Così, legge, giustizia e pace sono tappe di un cammino di conversione che, da personale, diventa sempre più comunitario, per una civiltà rispettosa dell’uomo e del suo Creatore.

Non è un caso che sant’Agostino definisca la pace della città celeste come una comunione armoniosa, in cui gli uomini godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri (cfr S.

Agostino, De civitate Dei, XIX, 13.1).

Egli parla anche della pace tra gli uomini come del frutto di una “tranquillitas ordinis”, in cui ciascuno riconosce e rispetta nell’altro una dignità e un ruolo unici e sacri.

Qui a Metz, è bene ricordare che sono proprio questi i valori su cui si è costruita, nel corso dei secoli, l’Europa che conosciamo, con il suo patrimonio spirituale e morale, ancor prima che economico e politico.

Come san Giovanni Paolo II amava ricordare con commozione (cfr Atto Europeistico a Santiago De Compostela, 9 novembre 1982), essa affonda le sue radici nella vita e nell’opera di uomini e donne che hanno vissuto, predicato e condiviso gli insegnamenti del Vangelo.

Ne sono testimonianza il grande contributo spirituale, culturale, e persino agricolo e artigianale che il monachesimo ha apportato alla storia del Continente, nonché l’opera di santi come il grande Crodegango, instancabile Pastore di questa comunità, che proprio qui, nella Regola dei canonici, ha dato una forma visibile alla comunione ecclesiale.

Da lì ci sono stati trasmessi i fondamenti morali del mondo in cui viviamo: principi quali il primato della persona e il carattere sacro e inviolabile della vita umana, in tutte le sue fasi e in ogni circostanza; la tutela della libertà degli individui; l’importanza primaria della famiglia come fondamento della società; l’attenzione verso i poveri e i più bisognosi; l’accoglienza dello straniero, il rispetto degli anziani.

La vostra Chiesa locale, che conserva l’eredità unica di un dialogo fecondo tra società civile e fede, in virtù del suo status particolare, ha la responsabilità di essere un laboratorio vivente di questa fedeltà.

Rimanere fedeli a questi pilastri non è stato facile, nemmeno per coloro che ci hanno preceduto.

Eppure, con coerenza e perseveranza, i nostri antenati ce li hanno lasciati in eredità come tesori, da trasmettere a nostra volta alle generazioni future, arricchiti della nostra esperienza, del valore dei nostri sforzi e delle nostre storie.

La magnifica Cattedrale di questa città, in cui ci troviamo, illustra molto bene tutto ciò: è detta Lanterne du Bon Dieu per via dei suoi 6.500 metri quadrati di vetrate istoriate.

Sembra che i costruttori abbiano voluto ridurre al minimo le pareti, che pur rimangono solide, affinché la luce potesse giungere in abbondanza ai fedeli.

Chi vi entra si ritrova così immerso in una ricchissima “biblia pauperum”, fonte di preghiera e meditazione, attraverso i riflessi di mille colori.

E in codesto luogo di luce, lo splendore delle vetrate storiche si è recentemente arricchito del genio di Marc Chagall.

Le opere di questo grande pittore ebreo, incastonate nelle pareti della Cattedrale, trasformano la “Lanterna del Buon Dio” in uno straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso.

Questa Cattedrale ci dice che la luce del Signore non cancella le specificità, ma unisce storie e culture diverse in un unico e meraviglioso mosaico di pace, necessario alla nostra epoca, lacerata da nuove divisioni e da nuovi conflitti.

Contemplando queste vetrate, impariamo che il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze, dove la ferita del passato diventa una fessura che lascia filtrare luce.

In questo c’è un simbolo della nostra identità di Chiesa.

Anche noi utilizziamo strutture, che hanno senso solo nella misura in cui ci aiutano a portare al mondo la luce del Vangelo.

Senza queste vetrate, le finestre della cattedrale di Saint-Étienne non sarebbero altro che spazi inondati da una luce accecante.

Con le vetrate, diventano libri che ci riuniscono per ricordare storie meravigliose, piene di eroismo, di bontà, di misericordia, di amore e di bellezza morale, di cui a nostra volta dobbiamo essere testimoni generosi e coraggiosi.

Questo è l’augurio che condivido con voi, con gratitudine e fiducia, al termine del mio viaggio in Francia, per la vostra comunità di Metz, chiamata oggi più che mai ad essere un faro di speranza per questo Paese, per l’Europa e per il mondo, affidandola alle preghiere della Vergine Maria e dei vostri Santi Patroni.

_____________________________________

Ringraziamento finale al termine della Messa 

Cari fratelli e sorelle,

questa Santa Messa è l’ultimo incontro pubblico della mia visita in Francia, perciò l’ho celebrata con vivo senso di gratitudine al Signore, e desidero esprimere la mia riconoscenza anche a tutti coloro che l’hanno resa possibile con il loro impegno.

Ringrazio il Signor Presidente della Repubblica e le diverse Autorità civili che hanno curato l’accoglienza a Parigi, a Lourdes e qui a Metz.

Rinnovo con affetto il mio ringraziamento alla Presidenza della Conferenza episcopale e ai Vescovi più coinvolti, e con loro ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, ai fedeli laici, a tutti i volontari che hanno collaborato.

Grazie a tutti!

Cari amici, continuiamo a camminare insieme, uniti nella santa madre Chiesa, per la gloria di Dio e al servizio del suo Regno di amore, di giustizia e di pace.

Grazie!

Viaggio Apostolico in Francia: Incontro “Alle Radici dell’Europa per la Pace e l’unità” presso il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz (28 Set 2026)
Visita il link

Signor Presidente,
Signor Cardinale,
Distinte Autorità civili e religiose,
Signore e Signori,

sono molto felice di trovarmi qui, in questa città storica, crocevia nel cuore del continente, per un incontro dal titolo evocativo: Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità.

Vi ringrazio per le gentili parole che mi sono state appena rivolte.

Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale.

È da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950.

Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita.

Oggi vogliamo intraprendere, con il pensiero, un viaggio che comincia dalle radici dell’Europa per arrivare al suo presente e guardare verso il futuro.

Ci chiediamo in che modo Robert Schuman sia stato plasmato dalla storia di questa terra, della quale era figlio, e come abbia contribuito in modo fondamentale a plasmare l’Europa moderna, fino a esserne considerato un “Padre fondatore”.

È sempre difficile dare una definizione d’Europa, sia per il presente che per il passato.

L’Europa, infatti, ha gradualmente preso coscienza di sé nelle epoche storiche della civiltà ellenistica, dell’Impero romano, e poi della diffusione del cristianesimo, integrando, nel corso del tempo, nuove culture come, tra le altre, quelle germaniche e slave, fino a comprendere regioni sempre più vaste.

L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica.

Nel corso dei secoli, ha assunto nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuove rinascite.

Una costante che si può notare nel suo lungo e turbolento percorso storico risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro.

La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili.

Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del “Vecchio Continente” nel “Nuovo Mondo”, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano.

Per capire questa lunga storia, tuttavia, non si può tacere di un altro Padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo Papa Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, definendolo «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» [1].

L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci! Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe.

Qui, a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione.

È da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente.

Non si può quindi parlare dell’Europa senza menzionare il cristianesimo.

Robert Schuman ne era ben consapevole quando affermava: «Il cristianesimo ha insegnato l’uguaglianza di natura di tutti gli uomini, figli dello stesso Dio, redenti dallo stesso Cristo, senza distinzione di razza, colore, classe o professione.

Ha fatto riconoscere la dignità del lavoro e l’obbligo, per tutti, di impegnarvisi.

Ha riconosciuto il primato dei valori interiori che, soli, nobilitano l’uomo.

La legge universale dell’amore e della carità ha fatto di ogni uomo il nostro prossimo, ed è su di essa che da allora si basano le relazioni sociali nel mondo cristiano» [2].

Un altro Padre fondatore dell’Europa contemporanea, Alcide De Gasperi, gli fa eco mettendo l’accento sul «retaggio comune europeo» [3], cioè «quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria» [4].

Anziché essere un criterio confessionale esclusivo [5], il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione.

A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza.

Incoraggia «un dialogo aperto, trasparente e regolare» con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudicare «lo status del quale godono» negli Stati membri.

La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere non confessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto.

Si tratta di risalire alla fonte dei valori che costituiscono il fondamento della convivenza civile, cioè «i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza e dello Stato di diritto» (Trattato sull’Unione Europea, Preambolo).

Nel contesto multiculturale di oggi, l’affermazione dell’universalità di questi valori, essenziale per la sua sopravvivenza, passa anche attraverso una riscoperta delle proprie radici e attraverso l’apertura al dialogo con l’altro.

Si tratta di una necessità sociale e politica per riscoprire il ruolo centrale della persona umana e dare un’effettiva consistenza a parole come libertà, democrazia, pace e unità.

A tal fine, risulta prezioso l’invito di Papa Francesco ad apprezzare la complessità della realtà europea in tutta la ricchezza delle sue tradizioni e sensibilità, sottolineando «la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie» [6].

Questo doppio movimento, di riscoperta e dialogo, permetterà anche di ritrovare un giusto equilibrio tra i diritti stessi, così come tra i diritti e i doveri perché – come ricordava sempre  Papa Francesco – «al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa» [7].

L’Europa contemporanea, infatti, si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria.

Come ho detto durante la mia recente visita alle isole Canarie, in Spagna: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra» (Incontro con le realtà di accoglienza dei migranti). 

Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie.

Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro.

L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.

È proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere.

Robert Schuman, che ha conosciuto confini in continua evoluzione, ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano.

La sua formazione cristiana gli ha trasmesso il valore dell’uguaglianza, senza distinzione di razza o classe sociale, e gli ha insegnato la dignità del lavoro.

La successione di diverse sovranità nazionali gli ha impresso l’importanza del diritto internazionale e il valore della parola data.

Cresciuto in un contesto in cui l’orgoglio e lo spirito di vendetta sembravano prevalere, Schuman si è impegnato per la pace e la fratellanza tra i popoli che, dopo essersi a lungo combattuti, riconoscevano finalmente di aver bisogno l’uno dell’altro.

Quali sono dunque gli insegnamenti di Robert Schuman per l’Europa e il mondo di oggi? Innanzitutto, un profondo desiderio di pace.

Purtroppo oggi la guerra è riapparsa, anche in Europa: una nuova «inutile strage» [8], che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili.

E ancora oggi, come nel 1950, le parole contenute nella Dichiarazione Schuman rimangono attuali: «Il contributo che un’Europa organizzata e vivente può dare alla civiltà è indispensabile per mantenere relazioni pacifiche» [9].

È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace.

Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo.

Al contrario, le parole di Schuman sono quanto mai attuali: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano» [10].

Tuttavia, bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo.

«Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui» ( Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2026).

Favorire la pace è un’opera attiva.

Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire.

L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi; dove si mettono in comune le risorse per fare in modo che «ogni guerra [...] diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile» [11]. 

L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda.

Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore. 

Il diritto internazionale e il multilateralismo sottolineano l’eguaglianza effettiva degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto.

Oggi, le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare.

Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno.

L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi.

Schuman ci ricorda che bisogna sempre dimostrare realismo e coraggio: «L’Europa – affermava – non si farà in un colpo solo, né in una costruzione complessiva: si farà attraverso realizzazioni concrete che creano prima di tutto una solidarietà di fatto» [12].

Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili.

La pretesa moderna di “avere tutto, subito” non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza.

È con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato.

Condividendo queste riflessioni, penso prima di tutto ai giovani, chiamati a costruire l’Europa di oggi e di domani.

Come già osservava Schuman: «Che questa idea di un’Europa riconciliata, unita e forte diventi d’ora in poi il motto per le giovani generazioni, desiderose di servire un’umanità finalmente liberata dall’odio e dalla paura, che reimpara, dopo troppo tempo di divisioni, la fratellanza cristiana» [13]. 

Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa.

Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione.

Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!

Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro.

Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico.

Siate costruttori di comunità!

E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero.

Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!

 _______________________________________________
 

[1] S.

Paolo VI, Lett.

ap.

Pacis nuntius (24 ottobre 1964): AAS 56 (1964), 965.

[2] R.

Schuman, Pour l’Europe, Ginevra 2010 5, 57-58.

[3] Cfr A.

De Gasperi, La nostra patria Europa.

Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954, in:  Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Roma 1990, vol.

III, 437-440.

[4] Ibid.

[5] Cfr ibid.

[6] Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa (25 novembre 2014).

[7] Francesco, Discorso al Parlamento europeo (25 novembre 2014).

[8] Benedetto XV, Lettera ai capi dei popoli belligeranti (1 agosto 1917): AAS 9 (1917), 423.

[9] Dichiarazione Schuman, Parigi, 9 maggio 1950.

[10] Ibid.

[11]  Ibid.

[12] Ibid.

[13] R.

Schuman, Pour l’Europe, 46.

Viaggio Apostolico in Francia: Incontro interreligioso presso il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz (28 Set 2026)
Visita il link

Cari fratelli e sorelle,
cari amici rappresentanti delle diverse tradizioni religiose,

è con profonda gioia, ma anche con vivo senso di responsabilità spirituale, che mi trovo oggi tra voi a Metz, città di frontiere e di passaggi, presso il Centro Congressi che porta il nome di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea.

Quest’uomo di fede e di convinzioni seppe trasformare le vecchie linee di frattura in ponti di speranza per tutta l’Europa, diventando un vero ambasciatore dell’unità nella diversità.

Seguendo il suo esempio, la nostra responsabilità comune di donne e uomini religiosi, è quella di testimoniare che, al di là dei confini, è sempre possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace.

Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro.

Come diceva il mio predecessore, Papa Francesco: «Il dialogo tra persone di religioni differenti non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza.

[...] L’obiettivo è di stabilire amicizia, pace» (Lett.

enc.

Fratelli tutti, 271).

Prima di lui, il santo Papa Giovanni Paolo II considerava il dialogo come un’esigenza intrinseca alla natura stessa dell’uomo (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2001, 10).

Secondo Paul Ricœur, è la via attraverso la quale riconosciamo l’alterità come una promessa e non come una minaccia; è un’arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza.

Infatti, invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome.

Nulla di ciò che deturpa la dignità umana può rivendicare un’autentica ispirazione divina.

Il discorso religioso deve esortare costantemente a disarmare i cuori e le parole.

Ciò comporta la responsabilità diretta di ciascuno di noi, in quanto custodi delle nostre rispettive tradizioni.

D’altra parte, se la fecondità delle tradizioni religiose si manifesta innanzitutto nel loro servizio alla pace e alla fratellanza, essa si esprime anche nella loro capacità di proteggere, accompagnare e servire la vita.

La grandezza di una civiltà non si misura dai suoi successi materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana.

Le religioni sono custodi della vita: esse ne affermano il valore sacro.

La loro fecondità si manifesta nella presenza amorevole accanto alle persone più vulnerabili e più fragili.

Servire la vita significa circondarla di cure, presenza e tenerezza, soprattutto nella prova, fino alla fine.

A noi che siamo aperti alla trascendenza, spetta la missione di offrire punti di riferimento solidi, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti e valorizzi la dignità di ogni persona umana.

Cari amici, «la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà, la bellezza» (Lett.

enc.

Magnifica humanitas, 23).

Vi ringrazio ancora una volta per la vostra vicinanza e la vostra presenza.

Che l’infinita bontà di Dio e la sua saggezza ci accompagnino e ci insegnino a vivere sempre più come suoi figli e come fratelli e sorelle gli uni per gli altri.

E che così possiamo essere, là dove viviamo, artigiani di pace e testimoni di una speranza che non cessa di crescere nel nostro mondo.

Che Dio vi benedica!